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  _Intervista a Claudio Ripa  
     
     
 
 

 
   
   

Dieci domande a Claudio Ripa (giugno 2009)

Bene Claudio, ho finalmente l’occasione per fare una chiacchierata virtuale con un precursore della pesca in apnea, intanto presentiamoci, quando e dove sei nato?

R: a Napoli il 9/7/33

Raccontaci i tuoi inizi come pescatore in apnea

R: Ho iniziato da piccolissimo seguendo mio padre, Pasquale Ripa, durante le sue quotidiane battute di pesca nel golfo di Napoli e in quello di Pozzuoli. All’inizio della mia carriera di pescatore praticavo anche altri sport, poi quando nel 51 ho vinto il mio primo titolo Italiano mi sono dedicato solo alla pesca in apnea.

Negli anni in cui praticavi assiduamente che profondità pescavi, con quali apnee?

R: le apnee mediamente andavano dal minuto e venti ai circa 2minuti  e 15, in condizioni di lavoro intendo. Per quanto riguarda le profondità massime operative, devo distinguere due periodi, prima che capissimo la compensazione circa 10-12 metri, quando poi capimmo la tecnica per equilibrare la pressione nelle orecchie ci spingemmo sempre più giù fino a lavorare a profondità di 25 metri.

 

   
 

Che tipo di pesca facevi di preferenza?

R: Di preferenza la pesca in tana, ma praticavamo già anche la tecnica dell’aspetto e, in condizioni di mare mosso, al molo S. Vincenzo, quella che adesso è comunemente chiamata con il nome di agguato e che per noi consisteva nello strisciare sul fondo per sparare i pesci da dietro, un attimo prima che ci avvistassero e sparissero nel torbido.

Quali prede preferivi insidiare?

R: Ho sempre avuto una particolare passione per le corvine, poi direi la cernia che, per la sua furbizia e le profondità a cui ci costringeva ad insidiarla, rappresentava sempre una preda molto sportiva.

Vuoi raccontarci qualcosa sull’evoluzione delle attrezzature visto che la hai vissuta personalmente?

R: Io ho iniziato usando maschere e boccagli costruiti da mio padre, che utilizzava vecchie camere d’aria di automobili e pochi altri materiali di scarto. Anche le pinne erano auto costruite con tela mimetica e stecche di balena, prese da vecchi busti di mia nonna, che servivano ad irrigidire la pala. Poi ricordo con piacere le prime torce subacquee che ci auto costruimmo, con quelle cominciammo ad averla vinta anche su quei pesci che sparivano nelle tane più buie.

Nel video parli di attrezzature autocostruite, raccontaci quali problematiche dovevate risolvere e sulla base di quali nozioni tecnico-scientifiche, che materiali usavate e quali strumenti avevate a disposizione
R: Ricordo che all’inizio ci si rese conto che gli occhialini che utilizzavano i giapponesi non consentivano una corretta visuale focale ai due occhi, quindi si realizzarono le prime maschere a cristallo unico che consentivano lo stesso piano di visione ad entrambi gli occhi.

 

Pescatore in apnea e superstizione (o scaramanzia) già allora c’erano una sorta di “riti” o regole non scritte per procacciarsi la buona sorte?

R: Si, per esempio mio padre era molto superstizioso. Un giorno che ero con lui in barca ci recammo a pescare alla Gaiola partendo da Mergellina, dopo una lunga remata di circa un’ora papà fermò la barca ed iniziò a prepararsi per l’immersione. Dopo aver calzato la prima pinna però si interruppe, si svestì e rinunziò ad immergersi. Quindi si rimise ai remi e cominciò il viaggio di ritorno verso Mergellina. A metà del viaggio presi coraggio e gli chiesi che cosa fosse successo e perché stavamo già tornando indietro senza aver fatto neanche un tuffo. Lui senza scomporsi mi rispose che, contrariamente al solito, aveva calzato prima la pinna destra anziché la sinistra e, ritenendo questo fatto indice di un presagio negativo, aveva deciso di rinunziare all’immersione.

Facciamo un gioco di immaginazione , cosa avrebbe fatto Caludio Ripa avendo a disposizione le attrezzature odierne?

R: Non lo so, ma di certo ci avrebbero aiutato molto le maschere con l’alloggio per il naso sagomato che furono inventate dopo per la prima volta dalla Salvas. Le nostre maschere erano molto morbide e si schiacciavano completamente sul volto già dopo pochi metri, quindi ci costringevano a compensare continuamente l’ampio volume interno sprecando tantissima aria. Anche delle pinne lunghe e performanti, come quelle che furono inventate dopo, ci avrebbero sicuramente facilitato, ma io non ho rimpianti di questo tipo, sono contento di aver vissuto quell’epoca irripetibile quando ci sentivamo esploratori ancor prima che subacquei ed il mediterraneo aveva il dolce sapore di un frutto incontaminato mai colto da nessuno.

Per finire Claudio, raccontaci la tua esperienza di pesca più emozionante…… il tuo “attimo perfetto”

R: Non ho un ricordo specifico di una cattura da raccontare, ma molte volte mi è capitato di anticipare con l’azione un pensiero, vedere un pesce trafitto nel cervello dalla mia freccia ancor prima di aver ragionato sul fatto. Per me questi sono gli attimi perfetti, quando sei così “immerso” in ciò che stai facendo che tutti i tuoi sensi si fondono in un'unica azione perfetta e sembra quasi che il cervello partecipi solo marginalmente ed in ritardo all’azione di pesca. Di questi momenti fortunatamente ne ho avuti tanti, con quasi tutte le specie di pesci.

 

Teobaldo Ciucarilli

 

 

teosub63@alice.it

 

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