“Pompano Africano..”(isola di Boavista 09.12.2010)"
Pompano africano è il nome “volgare” dell’ “alectis ciliaris”, un grosso carangoide tipico di queste latitudini tropicali, che nell’ idioma creolo-portoghese parlato su queste sperdute isole, a metà strada tra il Senegal e il Brasile , chiamano più propriamente “peixe prata”, ossia “pesce d’ argento”.
Io e Mario decisamente non ce la facciamo a non competere quando si tratta di pesca. Anche su questa sperduta spiaggia, disseminata di gusci vuoti di uova di tartaruga e di pezzi di nera roccia lavica, ciascuno sorveglia di sottecchi il progredire della vestizione dell’ altro, ben deciso a non rimanere indietro.
Bomvindo, la nostra guida- autista, ci guarda perplesso … E’ un omaccione grande e nero, il cui nome, in portoghese, significa “Benvenuto”.. Probabilmente non comprende la nostra foga, i movimenti rapidi, essenziali, consolidati dalla pratica, con cui la muta e gli altri orpelli vengono velocemente indossati, lui abituato alla calma africana, dove nulla viene fatto con la minima fretta o concitazione.. Sa solo che tra pochi minuti si sarà sbarazzato di noi e avrà almeno tre ore di tempo per dormire o curare la manutenzione del suo automezzo. Mezzo miglio al largo della spiaggia di Curral Velho un’ isoletta, poco più di un grosso scoglio eroso dal vento e dai marosi, rappresenta la nostra meta.
Precedo Mario nella vestizione e rapidamente mi butto in acqua, pago generosamente lo scotto dei primi 20 metri percossi dai cavalloni atlantici, ma poi guadagno il largo, mi distendo sopra la plancetta e innesto la velocità di crociera , con pinneggiate potenti e precise, direzione isola…
L’ accordo con Mario, ormai irrimediabilmente attardato, è di trovarci presso un grosso affiorante alla sinistra dell’ isola. Il più veloce aspetterà l’ altro e si pescherà, almeno inizialmente, in coppia. E’ un mare impegnativo, sconosciuto, con inquilini poco raccomandabili.. Già nella discesa del giorno precedente, subito dopo l’ arrivo sull’ isola, la prima fucilata su una grosso “moro”, una specie di salpa gigante , mi aveva procurato le attenzioni di uno squalo, un carcarinide di un paio di metri, che mi aveva marcato stretto, sbucando a tratti dal torbido e puntandomi a più riprese nella speranza di scipparmi la preda, che avevo dovuto difendere ad arbalete spianato sino a riguadagnare, con un certo affanno, la riva... Arrivo al luogo del “rendez vous” con un certo anticipo su Mario che ha in dotazione una boa tradizionale e risulta quindi più lento nella progressione. Lo aspetterò pescando.. I dintorni dell’ isola presentano una biodiversità subacquea incredibile, molti pesci sono simili ai nostri ma le dimensioni sono spropositate! Triglione e aguglie da chilo, salponi da 3-4 chili ! Poi saraghi, di una varietà particolare, esclusiva di queste isole, nerastri a strisce verticali ! E ancora dentici simili ai nostri ma dal curioso muso appuntito e smaliziatissimi, soprattuto gli esemplari più grossi.. Solamente Mario riuscirà a spararne uno di dimensioni discrete l’ ultimo giorno…
Porto il monoscocca 115 al petto per caricare dalla prima alla seconda tacca ma l’ eccitazione dell’ avventura che sta per iniziare mi gioca un brutto scherza. L’ appoggio è scorretto e il calciolo scivola di brutto squarciandomi la muta sul petto. Maledico la stramaledetta fretta ma sono ben deciso a non farmi condizionare dall’ incidente. Dopo tutto la temperatura dell’ acqua è di 25° e si può pescare anche così, almeno per un po’… L’ adrenalina farà il resto, contribuendo ad accelerare il metabolismo e la produzione di calore endogeno.. Ritento l’opera di caricamento ma ho appena agganciato l’ogiva che questa sboccola con uno schiocco secco… Maledizione ! Un fucile fuori uso ancor prima di iniziare a pescare ! Mentre impreco silenziosamente una grossa lampuga, forse 5 chili, mi passa vicinissima, esegue un paio di volteggi inondandomi di bagliori iridescenti e si allontana..
Corro alla plancetta, aggancio il monoscocca ormai inservibile e stacco il secondo fucile, un Thaiti 115 doppio elastico.. Tutto OK al caricamente del primo elastico ma, quando si tratta di procedere con il secondo, l’ archetto in dyneema cede a sua volta lasciandomi praticamente disarmato..
E dire che, nel caso di entrambi i fucili, si trattava di montature già ampiamente sperimentate e collaudate ! Ho del dyneema di riserva ma lo “swelling” dell’ onda atlantica fa sì che non riesca ad eseguire in alcun modo l’operazione di sostituzione. Di salire sull’isola, circondata da lame di roccia taglienti, non se ne parla neppure. Lo stridio della colonia di fregate che vi nidifica sottolinea beffarda la marea di jella che sembra essersi abbattuta su di me.. Non sono il solo.. Mario mi raggiunge imprecando.. Nel corso del tragitto ha dapprima sparato a un carangide enorme valutandone male dimensioni e distanza, finendo con il tirare a un pesce troppo lontano, poi a un carangide più piccolo che però si è strappato dopo un breve combattimento. Subito dopo uno squalo di un metro e mezzo era comparso sulla scena compiendo un paio di passaggi per poi dileguarsi, forse sulle tracce del carangide ferito..
Mario mi passa il suo secondo fucile, un mr. Carbon 104 con gomme tiratissime che infatti, complice la muta strappata sullo sterno, non riesco a caricare oltre la prima tacca. Lui proseguirà a pescare con il suo Joker 410 nuovo di zecca.. Iniziamo a pescare in coppia alternandoci nei tuffi ma la magia iniziale sembra essersi esaurita. Gli aspetti si susseguono lenti ma sembra che non giri più nulla di grosso. Adagiati sul fondo veniamo circondati dalle solite moltitudini di saraghi, triglie, pappagallo e cerniotte, ma non siamo lì per loro..
Dopo un po’ comincio ad avere freddo. Il ritmo lento della pesca in coppia mi sta lentamente portando sulla soglia dell’ ipotermia. Ho assoluta necessità di alzare i ritmo della pescata: lo faccio presente a Mario e decidiamo di separarci restando possibilmente a portata visiva nel caso uno dei due abbia necessità di supporto.
Mi porto quindi più sotto l’ isolotto mentre Mario ne resta distante alcune decine di metri. In mancanza di altre prede inizio a sparare ad alcuni grossi “moros” . Sono pesci di 2-3 chili, simili ,come forma, alle nostre salpe ma più massicci e dalla livrea argentea, decisamente meno timidi in quanto vengono all’ aspetto in maniera abbastanaza decisa e oppongono notevole resistenza una volta colpiti. Ne prendo 3 che colloco sotto la plancetta e immagino di doverne pagarne ben presto lo scotto sotto forma di qualche squalo che sicuramente ne sarà attirato e invece, fortunatamente, non accade nulla… Confortato, sparo una grossa aguglia tropicale che mi passa vicino in superficie.
Ha la corporatura di un capitone e il rostro armato, contrariamente alle nostre, di una solida fili di denti aguzzi. Sono pesci aggressivi e ricordo, anni prima, di aver portato per giorni il segno di un loro morso sulla mano, in Madagascar, per averle maneggiate in modo troppo disinvolto dopo la cattura. Un errore che non ripeto…
Impegnato in queste operazioni quasi non mi accorgo che qualcosa attorno a me sta rapidamente mutando nelle condizioni meteomarine: il cielo da azzurro sta diventando plumbeo e sia il moto ondoso che la corrente stanno aumentando rapidamente. Cosa peggiore…la corrente sta sviluppandosi in una direzione tale da ostacolare il mio rientro in direzione del versante interno dell’ isola e, successivamente, verso terra.. Non ho il tempo materiale di elaborare questi dati e iniziare a proccuparmi che due grossi pesci argentei transitano a poca distanza .. Imponenti, minimamente impauriti dalla mia presenza, mi percepiscono e anzi deviano prepotentemente verso di me che, con tutta probabilità, ho invaso il loro territorio abituale di caccia. Io, fermo in superficie, resto per un attimo indeciso sul da farsi. Sto valutando l’ opportunità di un rapido tuffo sul fondo per attirarli all’ aspetto che mi sono già addosso. Dalla superficie, il boccaglio fuori, sparo al più vicino. E’ un tonfo sordo quello prodotto dall’ impatto dell’ asta sul groppone massiccio del carangide. La punta esce di pochissimo, ma quel tanto che basta da consentire l’ apertura della doppia aletta che Mario, benedetto, utilizza su tutti i suoi fucili, compresi quelli da triglie.. Mi aspetto una reazione violenta, scomposta.. Ma nulla di tutto ciò. Il pescione, semplicemente, prosegue nel suo incedere, quasi senza accelerare, quasi fosse stato punto da uno stuzzicadenti..Si allontana svuotandomi lentamente il mulinello. In altre circostanze avrei adottato una tecnica di recupero più cauta ma con le condizioni meteo che stanno rapidamente deteriorandosi e la prospettiva di un rientro a terra quanto mai problematico, non posso mettermi a giocare di fioretto. Impugno decisamente la sagola e oppongo una decisa resistenza alla progressione dell’ animale. Inizio a surfare sull’ acqua trainato dal pesce che fortunatamente, a causa del fondale basso, non può inabissarsi. Dopo qualche minuto lui sembra accusare la fatica e io ne approfitto per recuperare sagola e serrare rapidamente le distanze. Gli sono a pochi metri. Ora il carangide nuota in circolo attorno a me, mentre l’ asta che lo attraversa flette pericolosamente. Fortunatamente nessun componente cede e dopo un po’ riesco ad afferra con una mano l’ asta e con l’ altra, saldamente, la coda a mezza luna del pesce che inizia a dibattersi come una furia. Ormai però ce l’ ho. Non mollo la presa.. Gli salgo a cavalcioni, ne guadagno le branchie con una mano e, con l’ altra, impugno il coltello e, in un istante, lo finisco. E’ lotta contro il tempo ora.. Appeso il pesce sotto la plancetta e ricaricato il fucile (la possibilità che uno squalo tenti di scipparmi il pescato è sempre attuale e bisogna fare buona guardia..) intraprendo la via del ritorno prima che le condizioni del mare divengano francamente preoccupanti.. La boa di Mario non è più visibile per cui immagino mi abbia preceduto. La corrente è forte su questo versante dell’ isola e i tre fucili e la ventina di chili (almeno) di pesci appesi sotto la plancia non aiutano.. Dovessi trascinarmela dietro sarebbe un bel problema. Invece salendoci sopra la resa della pinneggiata appare decisamente migliore. Costeggiando la parete dell’ isolotto riduco l’ impatto negativo della corrente e riesco a portarmi, sia pure con fatica, sul versante verso terra del grosso scoglio. Qui la corrente si avverte meno e comunque ora mi prende di lato, senza ostacolare più di tanto il ritorno a riva. In lontananza vedo la boa di Mario molto vicino a terra.. Definitivamente rinfrancato mi godo, da un punto di osservazione privilegiato, sopra la mia plancetta, i colori cangianti dell’ Oceano, delle dune sabbiose in lontananza e di questo cielo africano.. Un ultimo ostacolo, un paio di ribaltoni causati dal frangere dei marosi sul bagnasciuga, e sono a terra… Solo ora mi rendo conto di quanto sia stanco, le energie prosciugate dal freddo e dalla lotta contro onde e corrente.. Mario mi raggiunge. E’ decisamente contrariato.. Dopo la nostra separazione, aveva lungamente pescato all’ aspetto in maniera inconcludente sinchè, all’ ennesimo appostamento, gli erano arrivati 7-8 carangidi simili al mio, se non più grossi ! Ne aveva sparato uno che gli aveva svuotato in pochi secondi il mulinello. Stava per agganciare le gomme del fucile al mulinello in cintura quando il pescione , in seguito a un’ improvvisa accelerazione, si era strappato..
Recuperata la sagola, si era reso conto di come avesse ceduto l’ impiombatura e il capo terminale del filo si fosse inopinatamente sfilato dallo sleeve. Sconsolato, senza più l’ asta e senza neppure il secondo fucile che aveva prestato a me, era risalito..
Caricati pesci e armamentario vario sul pick-up di Bomvindo, ci attendono, nel ritorno, 50 minuti di balzi e scossoni su una pista malamente battuta…
Altre trasferte seguiranno nei giorni successivi, e numerose altre catture, ma quello rimarra l’ unico “prata” portato a casa e il pesce più bello della vacanza...