Te lo do io il Madagascar ! - 29.12.2004-16.01.2005 - Parte Prima
20.01.2005: finalmente mi hanno recapitato il bagaglio smarrito allo "Charles De Gaulle". Con esso, l' agendina ove avevo annotato, con la pazienza di un monaco cistercense, le vicende salienti del nostro viaggio (mio e di "Supermario" Grandi) in Madagascar. La memoria torna ad una ventina di giorni prima....alla partenza....... 29-30-31 dicembre: lasciamo Bologna col sole e arriviamo a Tanà, la capitale, sotto una pioggia battente. Ci dicono che, anche quest' anno, la stagione delle piogge è arrivata in anticipo e in maniera più virulenta del solito. Sono pervaso da una leggera inquietudine perchè già due anni fa un viaggio di pesca nel nord del Paese si traformò in una specie di anabasi causa inondazione...
Mi assicurano però che nel sud, dove siamo diretti questa volta, il clima è molto secco e non piove praticamente mai. I primi tre giorni sono comunque dedicati alla visita di Tanà e delle foreste pluviali del Parco Nazionale del Perinet, che visitiamo sotto una pioggia insistente e pressochè ininterrotta e dove vediamo i famosi lemuri.
Comunque già il fatto di arrivare in Africa e dover comprarmi, per prima cosa, l' impermeabile, non mi mette particolarmente di buon umore...
1 gennaio: dopo un volo a tappe su un vecchio "Twin Otter" attraverso improbabili "aeroporti" in mezzo alla foresta e quasi tre ore di camion su piste semiallagate arriviamo a destinazione: Andavadoaka, villaggio di pescatori malgasci, nel sud-ovest del paese.
2 gennaio: prima uscita a pesca. Usciamo con la barca dello scalcinato diving locale: ci depositano, con tanto così di boa segnasub, in corrispondenza di una pass nella barriera corallina, che in tale zona si trova a circa 7 km. dalla costa. Loro poi proseguono per una bombolata in un' altra località. Ci raccatteranno al ritorno. Inizio una serie di aspetti alla base del reef, a circa 12 metri. Mi aspetto, come in precedenti immersioni nei mari tropicali, di essere subito circondato da pesci e pescetti ma, ohibò, questi, invece di essere irresistibilmente attratti dai miei aspetti se la danno a pine levate appena mi vedono. C' è torbido e corrente forte. Dopo una mezz' ora di fuggi-fuggi sistematico di qualsiasi specie ittica pervenuta a meno di 10 metri da me, sparo, esasperato, al primo pesce di una certa taglia che mi capita a tiro di fucile: una specie di boccalone rosso dagli occhi prominenti e i dentini aguzzi da predatore. Nonostante le dimensioni contenute tira come un dannato e mi imparrucca tutta la sagola del mulinello. Ci metto una dozzina di minuti a sbrogliare il tutto, attaccare il pesce al pallone e a ricaricare il fucile. Vado per reimmergermi, ma, accidenti, dov' è finita la barriera corallina ? Sotto di mè c' è il blu ! Alzo la testa e mi rendo conto che la corrente in uscita dalla pass mi ha portato chissà dove al largo ! Passerò le due ore successive a fare nuoto pinnato per cercare di ritornare sulla barriera, inutilmente...La barca mi verrà a recuperare che sono ancora circa a metà strada tra il Madagascar e il Mozambico. Sulla barca uno sconsolato Mario mi racconta di aver visto diversi "red snappers", ma assolutamente inavvicinabili... "Minimalista" come al solito, aveva montato sul suo 110 una telecamera scafandrata, nella speranza di poter fare qualche bella ripresa. Inutile dire che la suddetta ha cominciato ad allagarsi dopo pochi tuffi e solo per puro caso "Supermario"è riuscito a salvare la telecamera (smoccolando non poco !)
3 gennaio: ci sono stati temporali tutta la notte ma la mattina, nonostante qualche nuvolone minaccioso, il mare è calmo e si può uscire. Capiamo di avere necessità di una barca appoggio costantemente a disposizione, così noleggiamo (a prezzi da Costa Smeralda !) il gommoncino del diving e ci apprestiamo ad uscire di nuovo sulla barriera. Ci accompagna per l' occasione Piero, simpatico Torinese ospite anche lui del villaggio, bombolaro ma con trascorsi da pesca-sub. Gli prestiamo un fucile e si và ! Il gommoncino, dotato di un propulsore ridicolo, sovraccarico (è a bordo anche Chicco, il figlio di Mario), è lentissimo, e dopo 40 minuti non abbiamo ancora raggiunto la barriera. Ci siamo quasi quando una minacciosa perturbazione, dal largo, mostra di avvicinarsi pericolosamente verso di noi. Precauzionalmente decidiamo di rientrare. Termineremo mestamente la mattinata peschicchiando sui coralli morti all' interno della laguna, cappottando senza speranza. Alla fine ci beccheremo anche il temporalone !
4 gennaio: decidiamo che così non va e bisogna cambiare strategia ! Il pomeriggio precedente, sotto la pioggia battente, abbiamo assoldato Marielle che (purtroppo), non è, ad onta del nome, un' avvenente fanciulla francofona ma un bel Malgascione, nero come il carbone, che il giorno successivo ci porterà a pescare sulla sua piroga ! Contiamo ovviamente di essere guidati su qualche punto particolarmente pescoso.... Marielle ci porta infatti su una bella pass interna dove la corrente è affrontabile e il fondale bello. Purtroppo anche qui poco pesce e nervosissimo....Ormai abbiamo capito: la pressione pescatoria nella zona è elevatissima. La superficie marina è costellata da piroghe a vela ed a remi che pescano con reti, lenze a mano e fucili subacquei (arbalete rudimentali che però quei satanassi dei Malgasci usano a raffica su qualunque specie pinnuta e no passi a meno di tre metri da loro !)
Prolunghiamo gli aspetti nella speranza di veder passare qualche bel carangide, ma di pelagici neanche l' ombra. Risaliamo mestamente in piroga per farci accompagnare da qualche altra parte quando la solita perturbazione vagante ci coglie in pieno: è uno scroscio violento che mette a repentaglio la galleggiabilità della piroga sovraccarica ! Abbandoniamo qualsiasi velleità piscatoria e impugniamo pagaia e secchio per sgottare. Riusciamo a rientrare per puro miracolo. Marielle, intirizzito dal freddo, si guadagna una generosa gratifica nonostante l' epilogo sconsolante della spedizione.
5 gennaio: la jella si è abbattuta su di me ! Il pomeriggio precedente, nell' indossare la muta per un tentativo da terra, complice l' umidità (e pensare che mi dicevano che in quella zona possono passare anche 18 mesi senza che cada una goccia d' acqua !) mi sono strappato alla schiena. Invalido, devo dare forfait.... Mario esce da solo in piroga con Marielle (Piero è nel frattempo ripartito per l' Italia) ma è l' ennesimo cappotto senza aver visto praticamente nulla....
6 gennaio: quantunque ancora dolorante ai lombi, decido stoicamente di scendere in acqua. Abbiamo deciso di cambiare ancora strategia ! La piroga carica di passeggeri e attrezzature è troppo lenta e rischia di affondare se piove. Del resto una guida che ci indichi i posti meno peggio è necessaria. Abbiamo assoldato un altro Malgascio...di cui non sappiamo il nome perchè è sordomuto, ma in mattinata si è presentato al nostro bungalow per venderci un cernione di 8 chili.
Decidiamo che è la guida giusta per noi e lo trasciniamo quasi a forza sul gommone dopo avergli sventolato sotto il naso un bigliettone da 10.000 Ariari.
Gli spieghiamo a gesti (il poverino è sordo, forse a causa delle reiterate e scriteriate immersioni in apnea a cui si sottopone sin da bambino...ma ciò non fa molta differenza visto che comunque il francese di Mario è quasi incomprensibile..) di portarci sul posto dove ha preso la cernia.
Ci guida in effetti su un bel reef più a sud delle zone che abbiamo sinora, infruttuosamente, battuto. Finalmente qualche pesce si vede, anche se certo non quello che ci saremmo a priori aspettati ! Il gommone si riempie così con un piccolo carangide, una cerniotta, due-tre ombrine tropicali, un paio di grossi chirurgo che si riveleranno poi buonissimi cucinati al sale. Prede tutto sommato modeste ma che ci hanno fatto ugualmente sputare sangue dato il livello esagerato di malizia che tutte le specie ittiche (per non parlare di polpi e aragoste !) hanno maturato in questo tratto di costa a causa del prelievo esasperato a cui sono sottoposte. 7 gennaio: la malasorte non ci dà tregua ! Scendiamo in acqua con il gommone.
La schiena và meglio ma mi accorgo con disappunto che lo Stelth 115 che mi ero portato dietro nella segreta speranza di farci secco qualche “caranx” di 20 e passa chili ha problemi: l’impugnatura si sta come staccando dal serbatoio. Che sia colpa delle 38 Atm. con le quali l’ ho caricato ? Mah ! Precauzionalmente lo ripongo e rinuncio, per il momento, a pescare. Mario invece è devastato dalla dissenteria e deve fermarsi ogni mezz'ora per una..ehm...sosta tattica. Nonostante questo inconveniente metterà a paiolo tre grossi chirurgo e due bellissimi pesci, molto simili a grossi saraghi fasciati, sul chilo e mezzo ciascuno.
8 gennaio: scendo in acqua con il Comanche100 prestatomi da Mario: il mio monoscocca infatti è....in bacino di carenaggio e lo Stealth 110 con asta da 7 mm., che ho come secondo fucile, quantunque potentissimo, mi sembra avere un tiro troppo lento per essere efficace nei confronti di prede sfuggenti e dai riflessi rapidissimi. Ormai ho capito l' antifona: i pesci non si avvicinano.... Bisogna condurre aspetti prolungati e in posizione copertissima e sparare, sempre al limite della gittata, alla prima occasione. I pinnuti restano infatti sempre a diversi metri di distanza dal punto da cui proviene la vibrazione del sub appostato e fuggono non appena percepiscono la presenza dell' essere umano, che conoscono benissimo. Inizia qui la mia personalissima tenzone con il "Monotaxis Grandoculis", o "Dauràde Tropicàle" : come dice il nome, si tratta di una specie di orata dai grossi occhi prominenti che talvolta si avvicina, sola o in piccoli branchi, dopo un aspetto prolungato, incrociando davanti al sub ma restando sempre circa 50 cm. oltre la portata massima del fucile. Fugge allorchè il sub, spolmonatosi inutilmente, risale dall' apnea per poi ripresentarsi irridente, con quei suoi occhioni spalancati, al tuffo successivo, ma sempre a distanza di sicurezza. Insomma, un autentico tanghero in grado di far uscire dai gangheri anche il più "self- controlled" dei subacquei. Ma comunque un avversario degno con il quale inizio una serie di duelli a colpi di occultamenti magistrali e apnee da competizione, nel tentativo di portarne qualcuno a portata del mio 100. Con infinita soddisfazione (dato che la cattura di questi pesci nulla ha da invidiare, come difficoltà, a quella di un'orata nostrana), riuscirò ad attaccarne un paio sotto la boa.
Mario invece, sempre in preda alla dissenteria, non ha avuto una bella mattinata. Ciononostante, mentre stiamo rientrando, vede improvvisamente a pelo d' acqua una macchia scura formata dalle schiene di grossi pesci. In un lampo carica il fucile e si tuffa. Lo vedo sparare e filare il mulinello: Risalirà poco dopo con il pesce, che assomiglia ad una delle nostre salpe, ma è enorme, almeno tre chili, e molto combattivo. Ne piglierà poco dopo un altro mentre io gli faccio da barcaiolo godendomi, dal gommoncino, lo spettacolo della costa, delle isole coralline e di un cielo tornato finalmente limpido.