| HOME | CHI SIAMO | CONTATTI | GALLERY
| SPONSOR | LINK | ARCHIVIO | FAI DA TE
             
               
               
  _Donne con le Gomme - di Vanessa Pisani  
     
     
 
 
 

 
   
   

Sembra difficile, oltre che curioso, scoprire una donna scrivere di articoli tecnici riguardanti le attrezzature per la caccia subacquea.
Attrezzature che, se utilizzate idoneamente, possono portare dei reali vantaggi, non solo a noi donne (che rispetto ai nostri colleghi maschi, dobbiamo continuamente sopperire alla minore forza fisica con altri tipi di intelligenza), ma anche a chi preferisce avere un approccio tecnico alla nostra disciplina, piuttosto che uno strettamente legato alla prestanza fisica.
Lo scritto che propongo in questa sezione, ovvero l’assetto dei fucili e le relative tecniche di caricamento, ha l’intento di fornire un piccolo aiuto, degli accorgimenti per le donne che si prestano all’utilizzo delle armi subacquee del tipo lungo.


Spero che possa risultare utile raccontare la mia esperienza non solo come pescatore subacqueo, ma anche come donna, inserita in un mondo, sino a qualche tempo fa, di prerogativa unicamente maschile, un mondo creato a misura d’uomo.
All’inizio del mio avvicinamento alla pesca in apnea, trovai delle reali difficoltà, non solo informative, quindi di tipo soggettivo, ma anche di carattere oggettivo, ovvero difficoltà assolute legate all’acquisto dell’attrezzatura subacquea.

   
 


Le mute da donna che si potevano trovare (e che si trovano tutt’ora), sono per la maggior parte del tipo con cerniera e di colori sgargianti, improponibili nell’era della ricerca del mimetismo come supporto alla tecnica predatoria. Le pinne in commercio hanno delle calzate che difficilmente soddisfano le necessità delle donne.
E non fa eccezione il tanto osannato oggetto del desiderio, l’affascinante mezzo attraverso il quale riusciamo a dare vero sfogo alla nostra natura predatoria: il fucile subacqueo.
Inizialmente fui attratta dall’oleopneumatico, trovandolo un ottimo compromesso tra il mio modo di essere e la mia iniziale concezione di pesca subacquea, un po’ aggressiva.
In seguito, crescendo e maturando un concetto di pesca subacquea intimamente legato all’amore per il mare, all’apnea e quindi all’eleganza, raffinatezza, silenziosità e massima efficienza, ho imparato ad amare e ad utilizzare (seppur con molta fatica) gli arbalètes, passando da una concezione di essenzialismo idrodinamico e potenza di tiro, ad una di praticità, silenziosità e precisione, ricercando continuamente la sensazione del fucile subacqueo come prolungamento naturale del nostro braccio quando siamo immersi nel blu.
Il mio primo arbalete, un 75 fusto in alluminio, servì a chiarirmi le idee sul tipo di fucile che avrebbe dovuto accompagnare le mie giornate di mare da quel momento in poi.
Il percorso intrapreso, mi portò in seguito a maturare ed apprezzare altri tipi di attrezzature con le rispettive caratteristiche fisico/meccaniche.
La prima difficoltà incontrata nel gestire un arbalete non è stata la sua lunghezza, bensì la tecnica di caricamento.
Gli elastici di dotazione erano eccessivamente duri per poter essere caricati da me e come in quasi tutti i casi di accessori di serie, le prestazioni che si riescono ad ottenere sono nettamente inferiori rispetto a quelle ottenibili da oggetti scelti ed acquistati in base alla loro reale efficacia; anche asta ed ogive non fanno eccezione.
Da qui, si son susseguiti una serie di atteggiamenti sbagliati, che mi hanno portato ad avere delle prestazioni iniziali scadenti rispetto alla già grande difficoltà di cimentarmi in questa disciplina.
Ho quindi, per errore, tralasciato del tutto i fattori balistici che, senza dubbio, mi avrebbero permesso di risparmiare non solo energie fisiche ma anche risorse monetarie.
Durante questi anni di improving, tramite confronti con colleghi e tramite un approfondimento concreto rivolto ad ottenere il massimo rapporto tra dispendio energetico e prestazioni ottenibili, mi sono indirizzata verso delle scelte di natura tecnica, che hanno effettivamente contribuito a migliorare il mio modus operandi nell’ambiente liquido.
Di seguito, andremo ad analizzare in relazione ad esperienze personali non solo il fucile di mio abituale utilizzo ed i suoi relativi componenti (aste, gomme, ogive, archetti, dyneema, monofilo), ma anche quali possono essere gli atteggiamenti vincenti, per noi donne, nell’utilizzo di armi subacquee comprese tra 90 e 110 cm.


1

Il fucile che attualmente sto utilizzando è un Cayman HF 90, armato nel seguente modo:

  • Asta 6.3 mm con pinnette, lunghezza 125 cm, monoaletta;
  • Doppio circolare da 16;
  • Ogive Smoby;
  • Mulinello;
  • Monofilo 120.

 

La prima prova del fucile è avvenuta utilizzando tutto il materiale di serie: impugnatura stretta, mulinello, monoaletta 6.5 con pinnette, circolare da 18.

Asta: questo argomento richiederebbe davvero un trattato lunghissimo, viste le preferenze che ognuno di noi può avere in base al materiale, alla durezza dello stesso, all’uso della singola, o doppia aletta e - fattore importantissimo per noi donne - la differenza tra asta con tacche ed asta con pinnette o perni.
Le aste che ho sempre utilizzato hanno un diametro che varia dai 6 mm, ai 6.5 mm. Le prime sono ideali per dei fucili che non superano i 100 cm, ricercando quindi più la velocità iniziale, lo “sprint” del tiro, piuttosto che la sua stessa durata in un tempo “n”, da cui ovviamente la minore gittata rispetto alle aste di diametro più grande.
Questo è un tipo di approccio che predilige la velocità, il minimo ingombro dell’arma per una capacità camaleontica di prestarsi all’occasione, ai vari tipi di caccia subacquea, siano essi agguato, caduta, aspetto, parete e con la giusta coordinazione ed un po’ di fortuna nel trovare il fondale adatto, anche la pesca in tana.
Le aste da 6.5 sono invece più indicate per fucili dal 100 in su, fucili che hanno massa e lunghezza superiori e bilanciano in questo modo l’aumentata massa dell’asta. Questi fucili vengono utilizzati per tipi di pesca “settoriali”, come ad esempio l’aspetto, la caduta, o l’agguato profondo.
Un’esperienza personale, mi porta a sconsigliare l’uso di aste con diametro 6 mm su fucili lunghi, armati magari con doppi elastici da 19/20, tirati… il risultato sarebbe un misero sculettamento dell’asta ed una deviazione completa del tiro.
Tornando allo standard preso in esame, per un fucile di lunghezza 90, prediligo un’asta in acciaio armonico, diametro 6 mm/ 6.3 mm, lunghezza 125, monoaletta, con pinnette.
Andiamo adesso ad analizzare la scelta dell’asta in base ai vantaggi di tipo meramente soggettivo, prendendo in esame uno standard di efficienza fisica femminile.
Innanzitutto dobbiamo distinguere il tipo di asta da utilizzare in base alla testata del fucile. Infatti, se il fucile possiede una testata chiusa (di solito sono i primi fucili che si acquistano, soprattutto per la possibilità di avere un punto di riferimento – presunto - per la mira), difficilmente riusciremo ad utilizzare un’asta con pinnette, a meno che, il foro in testata attraverso il quale l’asta viene incanalata e poi agganciata al calcio, non sia abbastanza grande da permettere il passaggio dell’asta senza alcuna forma di attrito, costrizione e deviazione di traiettoria della stessa.
Poiché la cosa è difficilmente verificabile, consiglio di non utilizzare un’asta con pinnette accoppiata ad un fucile con testata chiusa.
Con il fucile a testata aperta, invece, possiamo utilizzare tranquillamente ambedue i tipi di asta senza doverci preoccupare delle interazioni che si possono verificare tra pinnette e testata.
Certo, oltre a degli studi specifici, anche la logica ci aiuta nel capire che, a parità di condizioni, sarebbe auspicabile l’utilizzo dell’asta con tacche, in quanto, rispetto a quella con le pinnette, non contribuisce all’aumento di attrito nell’elemento liquido ed è più veloce, anche se l’asta con pinnette apporta dei vantaggi non indifferenti sotto altri punto di vista.
Essa infatti, è strutturalmente più forte rispetto a quella con le tacche vista la mancanza dei risalti che, ottenuti asportando una certa quantità di metallo, contribuiscono a renderle meno forti proprio in prossimità delle tacche e quindi passibili di rottura (sempre nel caso in cui il sagolino sia posto in prossimità del primo foro del codolo dell’asta anziché del terzo, anteriore alla prima tacca); nel malaugurato incontro con un pesce di grandi dimensioni che, con un’energica azione, potrebbe spezzare l’asta, determinando così un doppio sacrificio.
Mi verrebbe a questo punto di dire che le tacche trovano la loro migliore applicazione in un tipo di pesca che predilige i bassi fondali, la tana e gli agguati nel medio fondale, mentre per la pesca in caduta, l’aspetto e l’agguato profondo, consiglierei la resistenza dell’asta con pinnette, in ragione della differenza nella mole delle prede a cui andremo incontro.
Ad ogni modo, per noi donne, la terza pinnetta si rivela fondamentale nel processo di caricamento del fucile, non solo per la facilità di aggancio immediato in caso di bassa/media statura, ma anche e soprattutto per la possibilità di frazionare il carico, in modo tale da poter poi scegliere la sede migliore di alloggiamento dell’archetto, in base alla lunghezza del tiro che si intende compiere, e dalla vicinanza/distanza della preda da colpire.


2


Come già precedentemente detto, preferisco utilizzare un’asta con un diametro sottile che mi consente di sviluppare una velocità più alta nel breve periodo, rispetto a quella che svilupperebbe una con diametro maggiore, anche a costo di una minor gittata e di una minore penetrazione nel corpo del pesce.
Utilizzo, come sicuramente avrete notato, un’asta leggermente più corta rispetto alla lunghezza definita standard (125/90 contro i 130/90), per un motivo ben preciso.
La testata aperta, permette una più ampia visuale del campo di tiro e questo consente l’utilizzo di aste più corte che mi danno la possibilità di controbilanciare con lo stesso effetto ciò che precedentemente perdevo a causa del diametro del fusto dell’asta.
Mi spiego meglio: utilizzando un’asta più corta, ottengo dei vantaggi in termine di gittata dovuti al minor grado di oscillazione dell’asta nel momento in cui esce dalla testata, ottenendo così un moto maggiormente rettilineo rispetto alle aste standard. Dunque, la minore superficie dell’asta, unita ad una minore oscillazione della stessa, contribuiscono alla diminuzione dell’attrito del corpo immerso nel liquido.
Passiamo adesso al problema di cui, a mio avviso, poco si parla, ovvero la scelta dell’asta monoaletta (aletta sopra o sotto) o doppia aletta.
Prima di tutto vorrei sottolineare che la principale differenza tra i due tipi di asta, risiede nella penetrazione e nella maggiore tenuta del pesce da parte della coppia di aletta a dispetto della singola. L’intento della doppia aletta è quello di migliorare le spinte che si generano nell’utilizzo della singola aletta, tramite l’annullamento degli effetti di spostamento di massa in modo non uniforme. Il miglior equilibrio dovuto all’ottimale distribuzione delle masse, garantisce una pulizia di tiro maggiore rispetto alle prime ed una traiettoria, a parità di tempo di percorrenza, meno a parabola rispetto alle rivali monoalette.
Va detto però che la monoaletta crea un foro in entrata più piccolo rispetto a quello della doppia aletta, cosicché il pesce nel dibattersi non rischia di lacerarsi e di liberarsi dell’asta stessa. Certo, adesso c’è la possibilità di avere aste doppia aletta incassate in modo a dir poco perfetto, ma il diverso tipo di ferita causata risulta comunque evidente.
A livello tecnico, è stato provato che il fattore aletta influisce sulla traiettoria solamente nel tratto finale del moto dell’asta, quindi l’utilizzo della doppia aletta, della mono, e le sue relative posizioni, devono essere prese in considerazione su traiettorie che vanno dai 3 mt in poi.
Nel caso di monoaletta, essa cambia inevitabilmente la direzione dell’asta, sia che l’aletta sia montata sopra, sia che sia montata sotto.
Rispettivamente si andranno a verificare le seguenti condizioni:

  • aletta sopra → spinta verso il basso
  • aletta sotto → spinta verso l’alto

 

Quindi, preferendo un un’asta monoaletta, probabilmente per contrastare l’effetto della caduta dell’asta, dovremmo optare per un’aletta posta inferiormente.

Elastici: quanti di noi soprattutto all’inizio hanno calcolato male il fattore di allungamento delle gomme? Quanti hanno spesso utilizzato elastici durissimi pensando di ottenere delle prestazioni fantastiche, ma al contrario hanno ottenuto prestazioni inferiori rispetto a quelle attese?
Bene, a me è capitato molto spesso. Gli elastici, rappresentano la vera nota dolente per noi donne e se non scelti accuratamente, rischiano di compromettere l’intera pescata.
All’inizio ho avuto non poche difficoltà nella scelta dell’elastico.
Mi ritrovavo infatti a caricare, per un 90, gomme da 16 dure, con fattore di allungamento del 320%, di una lunghezza nettamente superiore rispetto a quella consigliata. Ecco quindi la prima inefficienza ed il primo comportamento che consiglio di non adottare.
Utilizzare degli elastici eccessivamente reattivi, esasperati, ma per via di cose di lunghezza superiore a quella standard (es. elastici per il 100 montati sul 90), non comporta come ingenuamente si può pensare, vantaggi di alcun tipo.
Chiarito questo punto, andiamo ad analizzare quali siano gli atteggiamenti più indicati per ottenere migliori prestazioni a parità di forza fisica.
Gli elastici presi in esame sono la gomma dura e la gomma progressiva.
Ricordo che la scelta dell’elastico deve essere oculata perché, senza la giusta propulsione, l’asta rischierà di uscire dal fusto in modo non ottimale. Ecco perché è sempre meglio optare per elastici dalle comprovate qualità meccanico/fisiche, anziché scegliere elastici eccessivamente duri o legnosi.
Infatti, le gomme particolarmente dure, sono molto performanti nel primo tragitto compiuto dall’asta, le imprimono una notevole velocità, ma allo stesso tempo determinano un rapido decremento  della stessa nel raggiungimento di un dato bersaglio.
Questo perché il moto a cui l’asta è soggetta dalla forza sprigionata dagli elastici non è uniforme. Così facendo si va a perdere energia cinetica, consumata nel primo tragitto compiuto dall’asta.
A questo punto non posso che consigliare l’uso di elastici progressivi che, seppur non si avverte in fase iniziale, consentono una trazione fluida e naturale dando la possibilità di agganciare l’ogiva senza particolare sforzo e garantendo così un tiro preciso con velocità uniforme, a differenza del tiro a scatto degli elastici a fattore esasperato.
Ma circolare o coppia di elastici?
Bene, credo la differenza sia sostanzialmente una sola: l’elastico circolare essendo uno e non interrotto, riesce a cedere energia in modo uniforme, continuo e lineare, favorisce un miglior brandeggio e delle minori vibrazioni. Non in ultimo, siamo sicuri che sia della stessa mescola in quanto pezzo unico.
Nella coppia di elastici, il rischio più frequente è quello della diversa mescola della gomma da cui il lavoro di propulsione differente che la coppia andrà ad esercitare sull’asta, ma non solo…
Le coppie producono più vibrazioni rispetto ad un unico elastico, che una volta caricato è  fermo nel suo foro di passaggio in testata. Inoltre, a parità di energia sviluppata, nella coppia non risulta un meccanismo di accompagnamento dell’asta una volta che l’elastico abbia iniziato il suo lavoro, cosa che al contrario avviene nel circolare.
Soffermiamoci a pensare per qualche minuto al movimento degli elastici.
Grazie al foro in cui è posto, il circolare nel suo moto, ha la completa libertà di muoversi, non frenando la sua spinta una volta sprigionata, al contrario dell’isteresi che troviamo nella coppia di elastici, che essendo imboccolati in testata, frenano seppur in minima misura la capacità naturale di spinta che le gomme potrebbero generare se non fossero imboccolate (questa è una mia personale considerazione dettata da una serie di osservazioni del comportamento dell’elastico, ma non legata a nessun tipo di formula fisica che possa provarne l’esattezza).
Alla coppia bisogna però attestare una minore dispersione di energia dovuta alla posizione parallela a quella dell’asta, senza errore di parallasse.
Dopo questa considerazione sulla scelta delle gomme, passiamo adesso ad esaminare i criteri per vagliarne il diametro.
E’ difficile per noi donne utilizzare degli elastici con diametro superiore al 16/18, proprio perché aumentata la resistenza degli stessi, incontriamo molta più difficoltà non solo nella manovra di aggancio, ma proprio nel tendere le gomme e trascinarle verso la tacca.
Come facciamo ad ovviare ad un problema di potenza così lapalissiano?
Come muovere un’asta da 6.3/6.5 montata su un fusto di lunghezza che varia dai 90 ai 110 cm,  con un elastico da sedici? Questo tipo di allestimento è ben diverso dal concetto che abbiamo di potenza.

Da qui, possiamo ottenere due tipi di risposte:

  • La prima risiede nel frazionamento del carico impiegando un doppio elastico, sempre da 16 ovviamente. Così a parità di sforzo, riusciremo ad ottenere il doppio della potenza ottenuta con un singolo elastico;
  • La seconda invece, si serve di elementi integrati di aiuto al caricamento, ovvero i carichini per arbalete, dando così all’occorrenza la possibilità di scegliere un elastico con un diametro più grande. Al momento mi sento di suggerirne 3 tipi, commercializzati da Seatec, Spora sub, Mérou ed uno non in commercio inventato da Mario Bettini e riproducibile a casa propria (tutto il marchingegno visibile su internet).

 

Delle due possibilità, preferisco la prima. Scelgo infatti di sforzare meno i muscoli frazionando il carico, piuttosto che tendere, anche con l’ausilio dei carichini, delle molle che mi comporterebbero comunque uno sforzo maggiore per essere agganciate.
Qualcuno di voi si chiederà: ma sei lei usa un’asta 6.3 mm con un doppio circolare, entra in contraddizione con il concetto precedentemente espresso circa le oscillazioni dell’asta in uscita.
E’ vero, è sconsigliabile generare una potenza come quella di un doppio elastico se poi si utilizza un’asta da 6.3 mm, ma son riuscita a trovare un giusto assetto con molle da 66 e 68 cm, secondo il fattore di allungamento di 1/3 (rientrando nel fattore per la prima molla e scostandomi da esso leggermente per eccesso nella seconda molla), asta più corta del dovuto, 125 cm. Questo è il miglior compromesso tra la mia forza fisica ed il rendimento del fucile che io sia riuscita ad ottenere sino ad ora, in situazioni di pesca abituali.
Prima di concludere questa sezione, vorrei soffermarmi ancora un po’ sul fenomeno delle oscillazioni, a titolo meramente esplicativo. La spinta degli elastici imprime un certo grado di oscillazione all’asta che, al momento dello sparo, incontra una resistenza opposta al suo moto, la massa dell’acqua.
Questa resistenza dipende ovviamente dalla densità del fluido, responsabile dell’instabilità dell’asta, che specialmente se lunga e di diametro sottile, in fase di uscita, tende ad  oscillare.
Il fluido frena l’asta con una forza direttamente proporzionale alla superficie dell’asta stessa, quindi, più l’asta sarà lunga e sottile, maggiore sarà l’attrito e maggiori saranno le oscillazioni in uscita. Oscillazioni che tendono ad ogni modo ad uniformarsi alla traiettoria nel caso di tiri di lunga gittata.    

Ogive: esistono come è noto vari tipi di ogive in commercio. Possiamo optare per la classica ogiva in metallo a braccetti lunghi o corti, a seconda che si voglia facilitare o meno l’aggancio dell’elastico, articolate o rigide, oppure la variante home made in dyneema.  Tra queste possibilità da me vagliate tutte, eccetto l’ogiva fatta in cordino, quella che mi ha effettivamente colpito per una serie di motivi è stata l’ogiva con archetto smoby.
Un pescatore subacqueo, sia esso uomo o donna, secondo la mia concezione deve essere in grado di fare tutto. Quindi, armata di tanta buona volontà, ho acquistato degli elastici a legare, in cui ho inserito (con non poca fatica) degli steli o braccetti con terminazione sferica. Una volta eseguito il nodo constrictor ad ambedue i lati ed essermi accertata della resistenza dell’uno e dell’altro, ho montato l’ogiva smoby
. 3
Subito ho notato una certa comodità di questa soluzione, sia perché in qualsiasi situazione di ingarbugliamento del filo, basta spostare i gommini che chiudono l’archetto e sganciare l’ogiva dallo stelo, così da poter essere più veloci nella sistemazione del monofilo senza perdere ulteriormente tempo, sia perché con quel tipo di braccetti, effettivamente spostare le mani da sotto gli elastici una volta agganciata l’ogiva all’asta è molto più facile, visto che grazie agli steli, le gomme vengono mantenute lontano dall’asta.
L’archetto di aggancio smoby possiede un grande pregio che al contempo però si trasforma in un non trascurabile difetto. Infatti esso, essendo sottile, garantisce un aggancio immediato alla tacca o alla pinnetta che sia, inserendosi con estrema facilità nella sede preposta con un rischio di fuoriuscita accidentale dello stesso molto inferiore rispetto alle ogive standard; ma proprio a causa di questo fattore è predisposto alla rottura e in generale all’usura molto più velocemente rispetto ad altri archetti più spessi, quindi necessita di essere sostituito con una certa frequenza onde evitare spiacevoli inconvenienti (l’archetto è tuttavia sostituibile in qualsiasi momento, portandolo come riserva per esempio, nella manica della giacca).
Per la coppia di elastici, sconsiglio le ogive articolate tradizionali, soprattutto se lunghe perché spesso uno dei due braccetti, una volta agganciato, rischia di bloccarsi, di non sistemarsi nel modo giusto, assumendo una posizione non ideale e rischiando con una nostra svista di fuoriuscire dall’alloggiamento della tacca, causando così possibili danni di non trascurabile entità.

Mulinello: La pesca subacquea nel tempo è andata molto trasformandosi ed insieme ad essa anche la concezione e l’importanza che ricopriva e ricopre tutt’ora il mulinello.  Sino ad una trentina di anni fa, le azioni di pesca si svolgevano per lo più nel sottocosta, prediligendo le tecniche della tana e di agguato in poca acqua. Ovviamente in queste condizioni, bastavano un paio di giri di sagola ed il problema “mulinello” era risolto.
Dagli anni ottanta in poi, abbiamo assistito ad un avvicinamento progressivo tra la pesca subacquea e l’apnea vera e propria, che ha sconvolto il modo di andare in acqua e di conseguenza il modus pescandi del pescatore subacqueo.
Per una serie di motivi, quali la scaltrezza del pesce, che è fuggito via dalle zone abitualmente battute dai pescatori, la ricerca della pace che per nostra natura a terra non riusciamo proprio a trovare e per lo spirito d’avventura che ci contraddistingue, tendiamo sempre più a ricercare paesaggi distanti da tutto ciò che abbia un colore diverso dal blu, per noi sinonimo di profondità.
Anche se il motivo principale dello spostamento risiede, senza dubbio, nella speranza dell’incontro con grosse prede.
L’esigenza del mulinello è maturata quindi dall’assoluta necessità di avere filo da srotolare nel momento in cui la preda inizi a tirare forsennatamente per liberarsi dall’asta, o  intanarsi in qualche anfratto.
Senza soffermarmi sui vari tipi di mulinelli in commercio, descriverò brevemente le caratteristiche di un mulinello funzionale per tutti i tipi di pesca, dalla tana, all’aspetto o la caduta nel blu.
E’ bene sceglierlo possibilmente semi carenato con attacco universale, in modo tale da poterlo rimuovere e montare se necessario, su altri tipi di fucile dello stesso diametro di fusto ovviamente. Sceglierlo poco pesante è una prerogativa importante, in modo tale da non stravolgere del tutto l’assetto del fucile (che comunque andrà sempre bilanciato).
La capacità del mulinello dovrà essere tale da contenere almeno 30 mt di sagola.
Sarà utile un sistema di strozza sagola che permetta di mantenere la stessa in tensione anche a frizione aperta e un sistema di antiparruccamento in modo tale che possa srotolarsi in modo uniforme evitando di conseguenza i possibili aggrovigliamenti. Questi elementi, sarebbero un’ottima componente aggiuntiva che garantirebbe senza dubbio al mulinello maggior sicurezza. La parte più importante ovviamente è la frizione che dovrà sempre essere controllata e settata nel giusto modo.

La sagola o monofilo: La sagola o il monofilo sono direttamente collegati all’asta, ne condizionano la velocità e la gittata e dunque, se non opportunamente utilizzati, compromettono l’efficacia del tiro. Credo che per ottenere una prestazione migliore, sia indicato per le prime due passate il monofilo in nylon anziché il cordino, che sarà invece inserito nel mulinello per la lunghezza desiderata. Sarà opportuno utilizzare degli sleeves per unire e bloccare il monofilo al posto del classico nodo, onde evitare rischi di incastro dello stesso nella sede del meccanismo di sgancio (nel caso in cui si preferisca l’asola corta a quella lunga). Dobbiamo ricercare sempre e costantemente la linearità, l’essenzialità e l’efficienza, per evitare di sprecare la benché minima energia. Per quanto concerne il cordino invece, è sempre bene sceglierne uno a treccia compatta, liscio al tatto, con l’anima in Kevlar. Gli altri tipi di sagole, seppur più economiche, non posseggono le caratteristiche strutturali mirate all’efficienza, in quanto sono ad unica trama, cave all’interno e tendono a gonfiarsi, perdendo così di idrodinamicità, oltre a possedere un elevato grado di rottura.
Scelgo per l’inverno un nylon del diametro di 1.20 in modo tale da avere quanto meno attrito possibile ed una notevole velocità. Nel periodo estivo, a seconda dei luoghi di pesca e quindi delle prede da incontrare, scelgo invece un monofilo 1.40 o 1.60.  
Ovviamente la differenza di spessore del monofilo in nylon è direttamente proporzionale al suo grado di usura, quindi più sarà spesso e meno sarà suscettibile a fratture.
Il cordino ha invece una lunghezza di 35 mt, nero, con anima in Kevlar.

Posizione fisica: Adesso, vediamo nel concreto, come poter caricare un fucile lungo senza farci male.


4Dopo tanto tempo passato ad insistere sul caricamento sternale, ho capito che non sarei mai riuscita ad agganciare nulla continuando a quel modo. La tecnica utilizzata era sempre la stessa. Calcio del fucile appoggiato sullo sterno, le mani chiudono completamente gli elastici afferrandoli con forza, i pollici sono rivolti verso l’interno  e imprimo pressione sui mignoli per esercitare poi la forza che dovrà (dovrebbe!) permettermi di agganciare l’ogiva alla pinnetta.
Nulla, solo tanto dolore nonostante il melco posto nella zona dello sterno.
Dopo i vari tentativi, ho adottato un altro metodo, che mi ha vista esultare dalla gioia nel non faticare per nulla ad agganciare gli elastici.
Come si può vedere dalla foto, appoggio il calcio del fucile su uno dei due fianchi, o su di un piombo in cintura e con lo stesso movimento delle mani che adottavo prima, aggancio con uno scatto deciso l’ogiva alla prima pinnetta dell’asta. Come si può notare, la posizione del corpo tende a formare un angolo acuto, del valore di circa 40/50 gradi. Questa è la posizione migliore per agganciare gli elastici alla prima tacca/pinnetta dell’asta senza alcun tipo di sforzo.

 

 


5Nell’immagine qui accanto, invece procedo al caricamento della seconda e poi terza pinnetta. Nella foto, ho totalmente cambiato angolazione per il caricamento delle tacche successive, che adesso forma un angolo ottuso, dell’ampiezza di circa 100°. Infatti, rimanendo nella stessa posizione di aggancio della prima tacca, non riuscirei a sfruttare tutti i muscoli precedenti e quindi mi risulterebbe impossibile continuare a caricare. Ma non solo, ho spostato il calcio del fucile sullo sterno, così che i muscoli possano lavorare nel modo migliore per lo sforzo di breve durata che andrò a compiere. In questo momento sto agevolmente caricando un novanta con gomme da 18 Top Energy della Omer. Chiunque abbia usato questo tipo di elastici, sa esserli abbastanza tosti in fase di caricamento. Queste foto sono state scattate quando ancora il fucile montava le dotazioni originali.
Tengo a precisare che questo è un tipo di caricamento del fucile effettuato fuori dall’acqua, ma ripropone fedelmente i movimenti che avvengono una volta entrati in mare, con l’unica eccezione di un particolare. Quando siamo immersi, in fase di caricamento dobbiamo cercare di avvolgere, chiudere con il nostro corpo il fucile. Il movimento deve essere quanto più fluido e armonico possibile. Questo è il miglior modo per portare a conclusione il caricamento della nostra arma.
Prima di concludere questo “trattato” ritengo utile spendere qualche altra parola sul comportamento che dovremmo utilizzare in acqua con i fucili lunghi. Più sarà lungo il fucile, più avremo difficoltà a brandeggiarlo. La tecnica si gioca tutta sul movimento del polso, unico in grado di spostarsi rapidamente per imprimere la direzione da dare al tiro; ottimo accorgimento è quello di imparare ed avere la prontezza di muovere sia il gomito che il polso quando si richiede un cambio di posizione immediata. Se ad esempio ci troviamo a fare un aspetto nascosti dietro un masso e ci rendiamo conto di dover assolutamente cambiare posizione di tiro per prendere il pesce, ma il braccio è proteso completamente in avanti, la soluzione preferibile anche se la meno istintiva, è quella di piegare il più velocemente possibile il gomito all’indietro e spostare il polso per direzionare il tiro. In pratica bisogna ruotare il fucile facendo perno sulla sua parte centrale, risultando questo molto più facile che non fare perno sul calcio stesso.
Adesso, dovremmo essere pronte a concentrarci in toto all’azione di caccia, senza rubare altro tempo prezioso al nostro istinto che chiede incessantemente di esser soddisfatto.
Spero con questo articolo di esser riuscita a dissipare un po’ di dubbi che normalmente si ripropongono nella vita di un pescatore subacqueo se neofita e soprattutto se neofita donna.
Se infine il caricamento del fucile non dovesse proprio riuscirci, perché per acquisire la giusta tecnica abbiamo bisogno di un bel po’ di tempo e soprattutto di assiduità piscatoria, possiamo sempre farci aiutare dal giovanotto di turno, che con due fusa (pescatrici si, ma sempre donne!) è pronto a caricarci anche un Urukai con 3 elastici da 20, così a fine giornata, avremo assicurato in sagola preda e presunto predatore!


6

Vanessa Pisani

 

 

 

Blog counter