Diciamo che con un bel mantello elfico sulle spalle avremmo risolto tutti i problemi. Per chi non fosse ferrato sui prodotti della illimitata fantasia di Tolkien si tratta di un indumento che, indossato coprendo completamente il corpo, consente di non essere visti. Tra l'altro alcuni ricercatori universitari stanno proprio lavorando per ottenere qualcosa del genere: in particolare è opportuno segnalare che il noto fisico John Pendry dell'Imperial College di Londra è riuscito ad ottenere un materiale idoneo di orientare la luce,. Ciò è possibile grazie alla presenza di una sua superficie con proprietà elettromagnetiche tali da deviare i fasci luminosi: questi quindi incidono la superficie subendo una deviazione tale per cui l'oggetto attraversato risulterà inesistente agli occhi di chi lo osserva.
L'adozione di quelli che sono stati definiti “metamateriali” sta quindi rendendo possibile quello che solamente la fantasia ci aveva permesso di immaginare: per una semplice definizione di metamateriale è fondamentale segnalare che si tratta di un materiale squisitamente artificiale di cui i costitutori hanno indirizzato le proprietà magnetiche ed elettriche attraverso una particolare disposizione della sua struttura molecolare e, prevalentemente, della sua geometria realizzativa.
Anche il CNR di Firenze sta lavorando su questi materiali “invisibili” con lo scopo di realizzare una superficie avente indice di rifrazione negativo, cioè una superficie in cui la luce che dovrebbe attraversarla subisca una deviazione completa verso la sua direzione di partenza. Abbandonando le dissertazioni scientifiche e fantascientifiche va riconosciuto che ormai una elevatissima percentuale del nostro abbigliamento subacqueo presenta colorazioni più o meno mimetiche. La ragione è presto detta: se le prede non mi vedono arrivare posso avvicinarmi certamente molto di più e portarle a tiro con maggiore facilità. Per assurdo, questo ragionamento apparentemente inattaccabile, parte però da un presupposto sbagliato: spesso il pesce percepisce la nostra presenza attraverso le vibrazioni che emettiamo in acqua, il fatto che possa vederci con maggiore o minore chiarezza può essere un particolare secondario. D'altra parte va riconosciuto che indossare una muta mimetica (a parità di comodità e di coibenza termica) male di certo non fa! Ma ormai non ci si ferma più solo alla muta: c'è chi mimetizza ogni componente della propria attrezzatura con meticolosa attenzione, cercando di riprodurre al meglio i colori del fondale maggiormente frequentato.
Altri, invece, adottano addirittura elementi mimetici addizionali, quali frange e simili, che sporgono dalla muta evocando l'aspetto di foglie di poseidonia ed altre alghe. La figura del subacqueo all'aspetto in quel caso si confonde con il fondale circostante, rendendo di certo complicato per il pesce distinguere nitidamente la sagoma del pescatore dal fondale circostante. Ma ciò può generare due differenti reazioni. La prima, la più frequente, è l'istintivo avvicinamento alla fonte di vibrazioni per capirne le effettive caratteristiche e dimensioni. Questo è il criterio su cui si basa la pesca all'aspetto: il subacqueo immobile sul fondale, meglio se riparato da un opportuno nascondiglio, incuriosisce i pesci fino a determinare un loro avvicinamento auspicabilmente compatibile con la gittata del fucile. Per questa reazione dei pesci siamo preparati, conosciamo tecniche di adescamento dinamiche (ad esempio la cosiddetta “mossa del polpo”, che consiste nel ritrarsi e nascondersi mano a mano che il pesce si avvicina come intimoriti dal suo incedere) sappiamo sfruttare i raggi solari per confondere la percezione visiva delle prede, ma ugualmente commettiamo alcune leggerezze che spesso non ci permettono di finalizzare l'azione con un tiro piazzato sulla preda. In primo luogo pensiamo all'asta: una superficie argentea e lucida con un coefficiente di riflessione paragonabile (molto spesso) a quello di uno specchio. Il fucile è immobile, noi siamo perfettamente nascosti: il dentice avanza alto piuttosto lentamente nella nostra direzione. Non gli stacchiamo gli occhi di dosso, ce ne sono altri ma è chiaro che sarà lui il primo ad avvicinarsi ed è altrettanto evidente che dovremo scoccare il tiro non appena entrerà nel nostro campo d'azione per evitare che uno scatto inaspettato lo porti nuovamente fuori tiro.
La nostra apnea si dimostra più lunga di quanto potessimo immaginare: nell'attesa del pesce gli istanti scorrono lentamente, la concentrazione è al massimo ed il nostro fisico attinge a risorse che normalmente non sono disponibili. Il pesce al prossimo colpo di coda sarà a tiro. Osserviamo il suo occhio con freddezza e, di colpo, vediamo un bagliore che si staglia sul muso del pesce e scorre (in seguito all'avanzamento dello sparide) inesorabilmente verso l'occhio. Appena il riflesso di luce giunge all'occhio il dentice si gira, fugge si allontana e, quasi contemporaneamente le riserve d'aria finiscono e dobbiamo abbandonare il rifugio per risalire. Desolati abbandoniamo il nostro appostamento accorgendoci che la fonte del fascio luminoso era proprio la nostra asta: i raggi solari incidenti sulla superficie dell'asta (in particolare dell'aletta) si sono infatti riflessi sulla stessa creando una barriera di luce. Se solo il dentice si fosse avvicinato con un angolo differente. Va segnalato che in commercio esistono anche aste completamente nere (in realtà l'aletta non è colorata però): il risultato però non cambia molto perché la colorazione è molto lucida, riflettente ed a mio avviso la visibilità è la medesima.
Il discorso cambia per quelle aste in cui i trattamenti superficiali rendono la superficie opaca, queste riflettono poco e occorre porre attenzione alla sola aletta: se ci si abitua ad osservare la posizione del fucile quando ci appostiamo, correggendo, eventualmente, con una lieve rotazione del polso l'inclinazione dell'asta è possibile deviare in zone non fastidiose il riflesso dell'aletta. In merito ricordo che la OMER dota alcuni dei suoi fucili di aste completamente mimetiche (rivestite con un sottilissimo strato di materiale pigmentato): queste certamente eliminano il problema senza necessitare di particolari attenzioni in fase di appostamento. Purtroppo non è il solo caso in cui si verificano questi problemi: il riflesso dei vetri della maschera, spesso, terrorizza i saraghi che si avvicinano durante un aspetto. In passato ricordo che fu commercializzata una maschera con lenti quasi specchiate: la soluzione era volta ad evitare che il pesce percepisse la direzione del nostro sguardo intuendo le nostre intenzioni non proprio amichevoli. L'idea era eccellente, chiunque abbia provato a condurre un aspetto mantenendo gli occhi in fessura o evitando di guardare direttamente la preda in avvicinamento, avrà notato che questa nutre una minore soggezione: se poi mentre si avvicina apriamo di colpo gli occhi o indirizziamo lo sguardo direttamente sulla stessa, certamente la conseguenza sarà una fuga repentina.
Anche in questo caso però la specchiatura della maschera portava come conseguenza indesiderata il bagliore riflesso, che poteva allarmare le prede e scongiurarne l'avvicinamento. Molto meglio quindi una maschera tradizionale ed una maggiore attenzione alla posizione dei nostri occhi ed all'apertura delle nostre palpebre. E le pinne? La superficie lucida delle pinne in composito è un ottimo specchio per riflettere i raggi solari ed il fatto che si trovino alle nostre spalle quando stiamo conducendo un aspetto le rende anche molto difficili da controllare. Un vero problema. Anche dopo aver colorato con tinte mimetiche la superficie delle pale che rimane in vista durante l'aspetto il problema persiste: infatti, a meno che lo strato di pigmenti non risulti particolarmente ruvido e poroso, l'attitudine a riflettere la luce permarrà, seppure smorzata. Ma i problemi da affrontare nei confronti dei pesci che si avvicinano quando siamo occultati e stiamo conducendo un aspetto non sono ancora finiti. Io indosso spesso il coltello sul braccio (diciamo che lo alterno dal braccio al polpaccio): è un modello piccolissimo con impugnatura bianca. L'impugnatura bianca (ne esistono anche di gialle ed arancio) è strepitosa, nel caso il coltello cada sul fondo, per ritrovarlo in pochi istanti, ma la grande visibilità si ripercuote sulle diti mimetiche del pescatore appostato.
Un minimo movimento della sagoma del pescatore appostato non è così evidente agli occhi del pesce, specie se il pescatore è correttamente occultato dalle rocce, le vibrazioni emesse verso il pesce sono contenute e la preda non si spaventa. Ma se a quel minimo movimento si associa un evidentissimo spostamento di una impugnatura bianco latte (fissata sul bicipite del pescatore), che si staglia dallo sfondo, di certo noteremo il pesce bloccarsi (se va bene) e titubare in maniera fastidiosa. E questa situazione la noto anche quando pesco nel blu: se il coltello lo porto sul polpaccio la mia caduta sui branchi di serra o di palamite si conclude sempre con un efficace avvicinamento (e saltuariamente anche con un tiro a bersaglio); quando invece è portato sul braccio trovo sempre il branco più mobile, agitato: è evidente che quel particolare in qualche modo stona.
Come è ovvio che sia, stonano anche gli adesivi ad alta visibilità che si trovano sulla sommità di molti boccagli in commercio (generalmente questi adesivi non sono presenti nei boccagli destinati ai pescatori): un bordino giallo o arancione è un po' come una insegna lampeggiante su cui campeggia la scritta “pescatore in agguato”. La seconda possibile reazione delle prede, invece, più rara a dire il vero, è quella di dirigersi rapidamente verso l'oggetto particolarmente evidente, quello che si staglia appariscente rispetto allo sfondo, senza osservare che questo è fissato su un corpulento predatore, dotato di un lungo aculeo in grado di schizzare repentinamente a notevole distanza.
Ci torna in aiuto il polpo: il maestro indiscusso del mimetismo, infatti, crea delle piccole propaggini con la sua pelle cangiante distribuite casualmente. Anzi, apparentemente casualmente! Infatti lo scopo di queste piccole guglie di pelle, spesso colorate diversamente rispetto al resto del suo mantello, è quello di distogliere l'attenzione dall'insieme, per convogliarla sul singolo particolare. Non va dimenticato che il polpo è insieme preda e predatore: non deve essere visto da cernie, gronchi e murene, ma non deve farsi nemmeno notare dai granchi, dai gamberi e dagli altri animali che potrebbero divenire sue prede. Questo elemento è da tenere in grande considerazione. Un particolare evidente può, in certi casi, distogliere l'attenzione dalla nostra sagoma ed invogliare il pesce ad avvicinarsi incuriosito dallo stesso.
Ricordo un video di pesca in cui un bravissimo pescatore eseguiva un agguato per avvicinare un'orata, ma il punto terminale del suo appostamento era ancora troppo lontano per scoccare il tiro. L'estrema correttezza della sua azione non ha un alcun modo infastidito il pesce che ha continuato a mangiare per nulla interessato alla sua presenza: la cattura non sarebbe quindi andata in porto a causa della “perfezione” con cui era stato condotto l'agguato, nessuna vibrazione, nessun rumore e nessun movimento visibile per la preda. Sembra assurdo, ma è così. Poi accade qualcosa di sorprendente: la presenza dell'operatore, di poco defilato rispetto al pescatore attira l'attenzione della preda. Questi infatti era maggiormente visibile, la telecamera ronzava, insomma si caratterizzava per dei “segnali” in grado di incuriosire la preda. E nel suo avvicinarsi all'operatore, l'orata si è trovata in linea di mira, venendo facilmente catturata. Quindi in certi casi può anche essere meglio rendersi visibili. Quando si è consapevoli della presenza di ricciolette e di lecce di piccole/medie dimensioni in zona, a volte è produttivo condurre un aspetto in una posizione in piena vista. E' infatti più facile che queste si avvicinino quando riconoscono tutta o buona parte del pescatore: non so il motivo di questa abitudine ma è assodato che in molti casi si verifica questa situazione apparentemente assurda.
Ho cercato di darmi una spiegazione a questo comportamento legandolo al comportamento gregario e predatorio di queste specie (in particolare mi riferisco alle giovani ricciole): stare in branco e sapere di essere dei forti predatori le rende molto sicure delle loro capacità (sia in termini di attacco delle prede che in termini di fuga). Sanno di essere veloci, potenti e sanno che la forza del branco è quella di disorientare i grandi predatori. Probabilmente quindi prediligono esaminare il grande oggetto appoggiato sul fondale solo dopo averne stimato correttamente le dimensioni per stabilire istintivamente la più corretta strategia di difesa e fuga nel caso questo si dimostri essere un predatore. Quindi si avvicinano a placare la loro innata curiosità preferibilmente che hanno bene chiare le nostre dimensioni, cioè se sono riuscite a vederci chiaramente. Probabilmente la mia interpretazione è eccessivamente fantasiosa ma credo che non si discosti di molto dalla realtà. In realtà esistono anche casi molto più eclatanti dell'anti-mimetismo! Sempre con riferimento alle ricciole, ricordo chiaramente quando, anni addietro, nella bellissima vacanza fatta in Sicilia, con puntata di un paio di giorni su banco Skerky, proprio mentre pescavamo sul banco notai qualcosa di soprendente.
Pescavamo in 3, io, Mario ed Alberto (l'Alberto Martignani che collabora con questa rivista): mentre io e Mario indossavamo mute mimetiche, Alberto aveva una giacca in liscio spaccato nera su cui campeggiavano delle bande azzurre (quasi come se fossero dei riflessi di luce). La muta era stata pensata per la pesca nel blu e le bande azzurre rendevano Alberto visibile a grande distanza (l'acqua a Banco Skerky era cristallina): in realtà non era possibile percepirne la sagoma ma le bande le notavamo sempre. Tanto più che quando si muoveva sul fondo, a volte, osservandolo dalla superficie sembrava quasi che si trattasse di un branco di sgombri che nuotava in cerchio in una certa posizione. Il risultato?
Alberto è stato costantemente avvicinato da varie ricciole (di piccole e medie dimensioni) mentre noi abbiamo parecchio faticato per vederle, per non parlare della cattura!!! Senza nulla togliere alle doti di ottimo pescatore che caratterizzano Alberto, è indiscutibile che in quel caso, per le ricciole, la sua muta abbia svolto un'azione adescante che lo ha, in qualche modo, avvantaggiato.
Ma non va dimenticato che ci sono anche grandissimi pescatori, agonisti ed ex-agonisti, in certi casi, che per certe tecniche di pesca prediligono l'adozione di particolare sgargianti per essere facilmente individuabili dalle prede. Tra questi particolari si possono citare le mute con spezzoni arancio fluorescente, le maschere con il telaio giallo, il boccaglio fucsia e tanto altro ancora.
Pur non avendo mai provato in prima persona, so che in molti sostengono che quando si conduce l'agguato nella schiuma o quando ci si muove nelle torbide acque invernali, è più facile risultare interessanti ad una spigola se questa può identificarci a vista, quantomeno vedere chiaramente un nostro particolare. Quindi in determinate condizioni può essere opportuno “pubblicizzare” la nostra presenza con una insegna fluorescente per innescare la necessaria curiosità sulla preda: non va dimenticato infatti che le spigole che si muovono e cacciano nella schiuma sono molto impegnate dalla loro attività.
Devono contrastare il movimento delle onde con un nuoto energico e potente, devono nascondersi agli occhi delle prede, avvicinarle ed attaccarle. Il tempo e le risorse per osservare con attenzione il panorama circostante sono decisamente limitati. Per questo motivo capita di condurre agguati nella schiuma in cui si avvicinano le spigole con sorprendente facilità... sono impegnate in altro e non ci hanno notato. Ma se vogliamo che abbandonino per un istante la loro attività di caccia per venirci ad esaminare dobbiamo attirare la loro attenzione senza spaventarle: quindi è possibile che la scelta di un componente di colore sgargiante nella nostra attrezzatura sia lo strumento più indicato per ottenere quel risultato. D'altra parte l'alternativa sarebbe produrre un rumore più forte del rumore della risacca, ma credo che in quel modo la preda fuggirebbe terrorizzata senza prestare alcuna attenzione alla fonte del rumore stesso. Se si prova a trarre delle conclusioni si scopre che non esiste una regola ferrea da seguire: occorre tentare con una strategia e modificarla di continuo fino a che non cominciano ad arrivare i risultati, imparando dalle esperienze precedenti, per decidere, mentre si osserva il mare, prima di cominciare la vestizione, se sia più opportuno indossare la nuovissima maschera mimetica o la vecchia maschera con il telaio giallo che usavamo da ragazzini... sperando sempre in una buona dose di fortuna!!!