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_Posta Tecnica
Michele Rubbini: nato a Bologna nel 1974, residente a Zola Predosa BO.
Professione: Ingegnere-Consulente in Proprietà Industriale.
Hobby: pescasub (ovvio), muay thai (sono istruttore federale da una decina di anni) e sci. -
tecno@bluworld.com

Le Specie del Mediterraneo

Sto ritornando al gommone dove gli altri stanno già salendo per cambiare spot di pesca. Sono abbastanza soddisfatto perché sono riuscito a catturare una grossa palamita con un tiro decisamente lungo e difficile (vista la velocità del bersaglio). Mentre la recuperavo faticavo a capire come avesse fatto a svuotarmi più di metà del mulinello: solo quando sono riuscito ad afferrarla mi sono reso conto delle effettive dimensioni. Nelle zone che frequento le palamite sono un incontro comune ma generalmente hanno dimensioni comprese tra 1 e 2,5 kg, un pesce di oltre 4,5 kg non mi era mai capitato. Salgo in gommone e noto che la taglia media delle catture relative a questo pesce è piuttosto alta. Confrontando i carnieri scopro che Mario ha catturato un serra che si muoveva in un branco di una decina di pesci. Questa cattura è assolutamente fuori da qualsiasi aspettativa: un serra nelle acque dell’Istria non mi era mai capitato di vederlo. Alla sera, discutendo con gli amici al ristorante, eravamo tutti convinti del fatto che questi fenomeni strani non sono un caso, si tratta di una evoluzione alla quale stiamo assistendo da una postazione privilegiata. E’ vero infatti che quando andai a pesca in Istria per la prima volta nel 2002 vidi praticamente solo specie autoctone, mentre oggi capita sempre più spesso di incontrare branchi di barracuda, anche nell’immediato sotto costa. Quali sono le ragioni di questo fenomeno ed in che modo può influenzare le nostre abitudini e le nostre tecniche?

In primo luogo occorre valutare quali sono le caratteristiche del Mar Mediterraneo: si tratta di un mare chiuso, di dimensioni decisamente piccole in quanto rappresenta, con i suoi circa 3 milioni di chilometri quadrati di area, solo l’1% della superficie acquatica mondiale. Anche da un punto di vista delle profondità è necessario riscontrare che si tratta di un mare poco profondo, indicativamente il valore medio delle batimetriche del Mare Nostrum è 1370 m, che solo in pochissime aree ristrette tocca si inabissa considerevolmente (in particolare è opportuno segnalare l’area di massima profondità situata nel sud della Grecia in cui il fondale tocca i 5120 m). Si tratta indubbiamente di un ecosistema molto particolare, popolato da specie che si sono evolute in una condizione di parziale isolamento e che quindi presentano una estrema specializzazione nei confronti di un ambiente che si è presentato pressoché costante per tantissimi anni. La flora e la fauna del Mediterraneo sono tra le più varie a livello internazionale e questa eterogeneità non va attribuita esclusivamente alle caratteristiche dall’ambiente da un punto di vista puramente “geologico”, ma anche dalla sua storia e dalla sua evoluzione.

Il Mediterraneo era originariamente collegato al corrispondente di quello che oggi chiamiamo Oceano Indiano, in seguito a profondi stravolgimenti geologici subì un lungo periodo di disseccamento. Di questi periodi, oggi si trova traccia fossile inequivocabile relativamente a resti di forme di vita tipicamente tropicali. La fase successiva che subì il Mediterraneo fu associata ad un lento e progressivo afflusso di acqua dall’Oceano Atlantico attraverso quello che oggi chiamiamo Stretto di Gibilterra. Da questa analisi risulta evidente il motivo per il quale le specie Mediterranee sono le stesse (o presentano caratteristiche di estrema analogia) che è possibile vedere anche in Oceano Atlantico. Ovviamente questa immissione di vita dall’Oceano Atlantico verso il Mediterraneo è un processo continuo e costante grazie al quale il Mediterraneo stesso ha potuto popolarsi di una incredibile varietà di specie animali e vegetali. E’ pur vero che l’evoluzione ambientale ha contribuito enormemente a variare l’apporto di specie dall’Oceano in funzione dell’andamento dei flussi delle correnti marine.

Ciò significa che, se per lunghi periodi le correnti prevalenti nello Stretto di Gibilterra erano di tipo immissivo (dall’Oceano verso il Mar Mediterraneo), si saranno indubbiamente verificati periodi di prevalenza di correnti di tipo emissivo. Questi cambiamenti di direzione hanno sicuramente influenzato le capacità migratorie delle specie animali e vegetali con particolare riferimento ai primi stadi di vita in cui lo zooplancton ed il fitoplancton fluttuano nelle acque in balia delle correnti. La comunità scientifica internazionale ha riconosciuto che recentemente è evidente la presenza di una prevalente corrente immissoria: la stessa comporta l’ingresso nel Mare Nostrum di una serie imprecisata di forme di vita estranee. Da un punto di vista puramente statistico è possibile constatare che circa un 75% delle specie animali e vegetali presenti in Mediterraneo è presente anche in Oceano Atlantico. Il Mar Mediterraneo presenta inoltre un secondo sbocco, il Bosforo, attraverso il quale è collegato al Mar Nero. Essendo anche il Mar Nero un mare chiuso, questo collegamento non costituisce una possibile fonte di contaminazione per le specie autoctone del Mediterraneo. Recentemente, nel 1869, tra il Mediterraneo ed il Mar Rosso, è stato creato un canale artificiale di collegamento (il Canale di Suez) con prevalenti funzioni di agevolare gi scambi commerciali riducendo enormemente le rotte dei mercantili che dirigevano in Europa dai Paesi Asiatici.

Il collegamento al Mar Rosso ha caratteristiche profondamente diverse rispetto agli altri due analizzati in precedenza: in primo luogo è un collegamento artificiale, fonte di scambi di acque impossibili da un punto di vista naturale; in secondo luogo, essendo differente il livello marino ai due lati del canale la navigabilità dello stesso rende necessario un flusso di acqua (artificiale e/o naturale) e con esso di tutti quei microrganismi che vi si trovano in sospensione. Un terzo punto da considerare è che il Canale è stato realizzato per favorire il passaggio di navi, questo passaggio, vedremo in seguito, porta con se la fonte principale di contaminazione.

Il Mar Rosso è divenuta un’importante via nella colonizzazione del nostro mare e recenti stime ritengono che attualmente siano circa 300 le specie marine provenienti dal Mar Rosso che hanno colonizzato il Mediterraneo, alcune decine delle quali sono diventate comuni. Il fenomeno di migrazione di diverse specie sostanzialmente tropicali attraverso il Canale di Suez è stato lungamente studiato al punto che le specie in questione hanno una specifica denominazione scientifica: tali specie sono definite "specie lessepsiane", dal nome dell'ingegnere francese Ferdinand-Marie de Lesseps, fondatore della società che aprì il Canale di Suez. Il fenomeno però che pare abbia contribuito in maniera maggiore all’introduzione di nuove specie probabilmente è un altro: se nel caso delle specie lessepsiane afferenti dal Canale di Suez l’uomo era solamente un co-protagonista tra le cause, nell’enorme aumento di navi che percorrono rotte commerciali anche entro il Mediterraneo la nostra colpa è indiscutibile.

Il crescente numero di navi che attraversa lo Stretto di Gibilterra e/o il Canale di Suez comporta un inevitabile contaminazione delle forme di vita. Accade infatti che lungo gli scafi aderiscano sostanze di varia natura, tra cui diverse forme di plancton idonee a colonizzare qualsiasi ambiente potenzialmente favorevole da un punto di vista climatico. Deve essere anche valutato che i grandi mercantili, per poter navigare in condizioni di sicurezza, devono presentare un determinato pescaggio: quando abbiano scaricato le meri in un porto e si debbano recare in un altro porto per caricare altre merci riempiranno un certo numero di compartimenti con acqua di zavorra. L’acqua di zavorra sarà scaricata mano a mano che le merci riempiranno le loro stive. Ciò significa l’immagazzinamento entro questi compartimenti di innumerevoli tonnellate di acqua, prelevate in corrispondenza di un primo porto o di un’area limitrofa allo stesso, e lo scarico delle stesse in una zona completamente diversa. Assieme all’acqua saranno caricati milioni di microrganismi, tra cui piccoli pesci allo stato larvale, tipici della zona di prelievo e questi saranno riversati anche a notevole distanza. E’ abbastanza immediato valutare che se l’area di prelievo si trova in Mar Rosso e l’area di svuotamento dei compartimenti si trova in prossimità della costa Greca (o Italiana) questo fenomeno potrà comportare una immissione incontrollata di forme di vita normalmente estranee in Mediterraneo.

Maggiore è il numero delle navi che opera su queste rotte (intendendo quelle che dall’Oceano Atlantico e /o dal Mar Rosso portano entro il Mediterraneo) maggiori saranno i rischi di contaminazione. Tutto ciò spiega come le specie termofile (cioè idonee alla vita in ambienti caldi come i Mari Tropicali) siano potute giungere in Mediterraneo. Non spiega invece come siano riuscite a stabilirsi con estrema facilità. In particolare i fenomeni a cui si assiste frequentemente durante le battute di pesca sono di due tipi: avvistamento (e se siamo bravi cattura) di una specie mai vista prima ed avvistamento di una specie nota che però frequenta normalmente la zona solo nei mesi caldi o che addirittura non frequenta la zona essendo tipica di poche aree del Sud Italia (in cui la temperatura media dell’acqua è più alta). Non è infatti possibile per una specie adatta a vivere e proliferare in mari caldi stabilirsi e riprodursi in condizioni climatiche avverse. Se i pesci tropicali (o subtropicali) si sono adattati a vivere in Mediterraneo l’unica spiegazione è che la temperatura non è molto dissimile da quella dei loro luoghi originari. Specie per quanto riguarda la riproduzione, le condizioni climatiche ed ambientali sono fondamentali: pochi gradi centigradi di differenza o una salinità troppo alta (o troppo bassa) possono rendere impossibile ad un determinata specie stabilirsi in un ambiente, benché questo presenti quantità illimitate di nutrimento e la totale assenza di predatori.

Analizzando l’andamento delle temperature medie del Mediterraneo si assiste infatti ad un continuo innalzamento: è del mese di luglio del 2007 la notizia diffusa dal CNR relativa al raggiungimento del valore massimo di temperatura superficiale media dei Mari che circondano l’Italia rispetto agli ultimi 20 anni. Lo studio del CNR rileva inoltre che l’innalzamento della temperatura è riscontrabile anche a profondità superiori ai 100 m: ciò comporta un inequivocabile condizionamento della vita di tutte le forme di vita del Mediterraneo. Nel 1998 sono stato per la prima volta in vacanza a Lampedusa, rimasi stupito dalla diffusione dei pesci pappagallo, un amico locale mi disse che ci sono sempre stati, seppure in numero variabile da anno ad anno; oggi questi pesci è possibile incontrarli lungo quasi tutte le coste del Tirreno e la loro presenza in Calabria e Sicilia è elevata.

Ciò significa che probabilmente specie da sempre presenti in Mediterraneo (autoctone a tutti gli effetti) stanno migrando verso Nord, verso ambienti che fino a qualche decina di anni fa erano climaticamente ostili e che ora presentano caratteristiche idonee ai loro cicli vitali. Un esempio inequivocabile risale al 2003. L’estate del 2003 credo sia rimasta nella memoria di molti come un incubo a mezza via tra un girone dell’Inferno Dantesco ed una sauna finlandese (senza il tuffo nella neve alla fine e senza hostess finlandese). Quell’anno nacque mio figlio ad inizio estate e quindi non andai in vacanza: le mie battute di pesca si limitarono a poche uscite in alto Adriatico. In realtà già a luglio l’acqua a riva superava i 30° C, era sporca e non si vedevano forme di vita. Le motonavi che portano i cannisti a pesca di sgombri nel 2003 però fecero ottimi affari: infatti l’Alto Adriatico era stato colonizzato da una moltitudine di Lampughe, pesci che normalmente disertano le nostre acque perché troppo fredde.

Parlando con diversi amici sparsi per l’Italia tutti mi confermarono la grande diffusione di questo pesce tipico delle aree più meridionali del Paese. Se un anno di caldo record ha permesso la diffusione di una specie su tutte le nostre coste è ovvio che la crescita lenta e costante delle temperature comporta un’inevitabile avanzata di specie termofile anche verso aree normalmente più temperate. Se l’andamento delle temperature marine continuerà a crescere come negli ultimi anni, è possibile prevedere avvistamenti di saraghi faraone sulle tegnue (aree marine protette al largo di Venezia) o Marlin e Wahoo nel Mar Ligure.

Se questo mi fa piacere, in quanto mi illudo di poterne catturare qualcuno, dall’altro è indubbiamente un disastro per molte specie autoctone come le spigole che prediligono acqua temperata o per i grandi bachi di pesce azzurro che necessitano di particolari condizioni ambientali per il completamento del ciclo vitale. Da questo punto di vista un ruolo importante gioca anche la presenza di specie tropicali: queste infatti sono abituate ad un ambiente maggiormente selettivo, si presentano quindi maggiormente voraci e vigorose rispetto alle specie Mediterranee. Nella lotta per la sopravvivenza, quindi una Ricciola “tropicale” (ad esempio la Seriola rivoliana, Almaco jack, di provenienza Indo/pacifica, la Seriola fasciata, Lesser amberjack, e la Seriola zonata, Banded rudderfish) o un Barracuda (il Sphyraena viridensis, già presente in passato nelle acque meridionali del Mediterraneo, ed il Sphyraena chrysotaenia e il Sphyraena flavicauda, provenienti da aree esterne al nostro bacino) ha maggiori chances rispetto ad una Ricciola Mediterranea (Seriosa Dumerili) o ad una spigola (Dicentrarchus labrax). Tra i grandi predatori del mare è opportuno citare la presenza sempre più frequente di un pesce piuttosto raro e di interesse maggiore per i colleghi trainasti: l’Aguglia imperiale (Tetrapturus belone). Si può dire che si tratta della versione Mediterranea del marlin ma la sua diffusione era limitata alle coste africane ed alle estreme aree meridionali dell’Italia, della Grecia e della Spagna; di recente, seppur occasionalmente capita di sentire di catture lungo tutta la costa italiana. Raramente mi è capitato addirittura di sentire racconti relativi ad alcuni esemplari di Marlin Bianco (la cui presenza è ancora più stupefacente): alcuni esperti dicono che per questi pesci la presenza in Mediterraneo sia più casuale e non sia legata ad una evoluzione delle abitudini degli stessi, probabilmente, quindi, qualche esemplare ha sempre solcato il Mediterraneo.

Non dovremo quindi farci cogliere impreparati se ci imbatteremo in una specie sconosciuta mentre peschiamo nella nostra abituale zona, o se ci capita di incontrare esemplari di dimensioni superiori a quelle solite. Purtroppo (o per fortuna) l’evoluzione del Mediterraneo porta con se un moltitudine di cambiamenti per i suoi abitanti: condizioni più o meno favorevoli rendono possibile la diffusione di specie nuove, e l’accrescimento di alcune specie autoctone a svantaggio di altre. Conoscere questa evoluzione ci consente di interpretare al meglio determinati ambienti sottomarini stimando le caratteristiche dei loro abitanti, siano essi tipici della zona o immigrati “stagionali”. L’immigrazione d’altra parte la stiamo favorendo anche con le nostre abitudini alimentari: bisogna ricordare infatti che il tipico piatto di spaghetti con le vongole che si mangia dalle mie parti assurge ai massimi livelli di stima da parte degli assaggiatori se le vongole sono “vongole veraci”. L’accezione “veraci” non ha alcun legame con il fatto che le stesse siano tipiche del territorio però, anzi a vongola nostrana (Taspes decussata), è stata, nel tempo, completamente soppiantata in Adriatico dalla vongola filippina (Tapes philippinarum), importata dai coltivatori di molluschi. Addirittura, anche osservando le vongole che si trovano sotto la sabbia delle spiagge Romagnole, si può osservare che tra gli esemplari “selvatici” non esistono più vongole nostrane… quelle filippine si sono diffuse rapidamente a macchia d’olio su tutta la costa con buona pace delle buone forchette.

Michele Rubbini

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