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  _Gli Articoli di Michele Rubbini  
     
     
 
 

 
   
   

Zen e Pesca in Apnea

Dopo una serie di analisi tecniche e di racconti relativi ad esperienze vissute personalmente mi trovo a fare un passo indietro, affrontando un argomento che, di fatto, esula un po' dai miei standard.

Che l’allenamento regolare non produca solo benessere fisico, ma rivesta anche un ruolo estremamente importante per la salute mentale e spirituale di chi lo pratica è un assioma universalmente riconosciuto. L’attività fisica fa bene al corpo (favorendo un'infinità di processi che innescano circoli virtuosi sia a livello muscolare che a livello circolatorio e, più in generale, fisiologico), cosa che di per se costituisce una validissima ragione per praticarla con assiduità.

Diversi studi scientifici scientifica affermano che l'allenamento fisico può contribuire anche al miglioramento delle nostre condizioni mentali e spirituali.

   
 

Un corretto allenamento (o la pratica regolare di una determinata attività), infatti, garantisce una migliore ossigenazione di tutti gli organi del nostro corpo, compreso il cervello.
Lo sport è perciò un mezzo di provata efficacia per la regolazione dello stress.
Da un punto di vista puramente fisiologico, praticando con una certa frequenza un ciclo di attività fisica, si induce il nostro corpo a generare le endorfine, diffondendole all'intero organismo: si tratta di sostanze rivitalizzanti, che portano ad un positivo stato di ebbrezza,  intervenendo anche nella regolazione dell’umore.
Le endorfine sono sostanze chimiche di tipo endogeno, cioè prodotte direttamente dall'organismo, e che svolgono un'azione molto prossima a quella della morfina e ad altre sostanze oppiacee: in pratica oltre che alzare sensibilmente la soglia del dolore creano anche uno stato di euforia e benessere.
Le cellule destinate alla produzione delle endorfine sono distribuite in varie aree del sistema nervoso centrale; queste sostanze sono inoltre presenti nell’ipofisi (lobo anteriore e lobo posteriore), nelle ghiandole surrenali, nelle ghiandole salivari, nel tratto gastrointestinale (sia nei gangli del tessuto nervoso sia come cellule secretorie).
La studio delle endorfine nasce nel 1973 con la pubblicazione di un articolo sul giornale "Science" che divulgava la scoperta di recettori per gli oppiacei e in particolare per la morfina, all'interno del sistema nervoso centrale. In pratica si arrivo a supporre che il corpo umano fosse in grado di sintetizzare delle "morfine endogene" dette endorfine. Negli anni successivi la ricerca è arrivata a dimostrare la presenza di molti tipi di endorfine: attualmente si conoscono quattro distinte classi di endorfine, dette rispettivamente "alfa“, "beta“, "gamma“ e "delta“.
Quando compiamo un atto che è utile per la sopravvivenza siamo automaticamente ricompensati dalla dismissione di endorfine.
Qualora sia necessario compiere un'attività fisica molto intensa, assisteremo ad una liberazione di oppiacei con chiaro fine di gratificazione: quindi il rilascio delle endorfine in circolo avviene in particolari circostanze tra le quali un ruolo particolare è svolto dall'attività fisica.
L'aspetto che più ci interessa, come praticanti di un'attività sportiva, delle endorfine è quello strettamente legato alla loro capacità di regolare l'umore. Durante situazioni particolarmente stressanti il nostro organismo cerca di difendersi rilasciando endorfine che da un lato aiutano a sopportare meglio il dolore e dall'altro influiscono positivamente sullo stato d’animo.
Le endorfine hanno la funzione di indurre piacere, gratificazione e felicità garantendo di tollerare situazioni stressanti e di grande affaticamento.
La comunità scientifica è quindi riuscita a dimostrare che la produzione da parte dell'organismo di endorfine, aumenta quando l'organismo stesso è sottoposto ad esercizio fisico: pur non essendo possibile identificare con precisione l'entità di tale aumento (entità dipendente anche dalla risposta soggettiva di ogni organismo) è indubbio che questo incremento sia particolarmente sensibile.
Ne consegue immediatamente che l'effetto rivitalizzanti, ed il positivo stato di ebbrezza cui assistiamo dopo aver praticato attività fisica siano dovuti alla messa in circolo di tali sostanze. Riduzione di ansia e stress sono quindi conseguenze positive delle endorfine.
L'elevazione della soglia del dolore (quello che è normalmente definito effetto analgesico dalla comunità scientifica) ha probabilmente lo scopo di permettere al fisico di sopportare sforzi prolungati. Non a caso nei soggetti molto allenati è evidente come sia ridotto il consumo delle endorfine prodotte durante attività fisica.
Durante lo sforzo fisico siamo soggetti a due fenomeni che contribuiscono al nostro benessere: un effetto euforico dovuto alla presenza di  endorfine in circolo ed un effetto calmante poiché la mente si distoglie dalle preoccupazioni quotidiane.
In sostanza, a fianco al piacere dato dall'esecuzione dell'attività che più amiamo, va annoverata anche l'euforia dovuta all'incremento di endorfine prodotto dall'esercizio fisico.
Fino a qui la pesca in apnea equivale a molte altre attività e, non richiedendo forti sollecitazioni delle masse muscolari, comporta incrementi di endorfine sicuramente inferiori agli sport più "fisici".
Non riuscivo a spiegarmi allora la grandissima serenità che mi accompagnava ogni qual volta, al termine di una pescata, riprendessi le normali attività.
In pratica spesso si avverte un senso di appagamento ed una estraneità nei confronti dei problemi reali che non trova spiegazioni nelle spiegazioni di natura chimico-fisica.
Pur essendo restio, per formazione mentale, ad affrontare argomenti eccessivamente "spirituali" ha letto alcuni testi a riguardo, ed ho trovato una spiegazione a mio avviso estremamente soddisfacente.
Secondo alcune teorie Orientali sulla meditazione quello che si deve ricercare con la meditazione è l'estraniamento dalla propria mente.
La mente va intesa come l'area in cui risiede il pensiero il quale è figlio delle esperienze passate ed opera per indirizzare quelle future: in pratica senza la mente (nelle varie forme di training potrebbe essere interpretato come l'io cosciente, o qualcosa del genere) esiste solo il presente ed è vissuto in maniera istintiva.
La mente impone di vivere il presente, conscia del passato, per produrre un effetto nel futuro. La meditazione può essere riassunta come il vivere "QUI" e "ADESSO".
Da questa breve premessa si capisce che meditare è cosa tutt'altro che semplice, anche se esistono tecniche per facilitare il raggiungimento di tale condizione.
Una delle tecniche più conosciute è l'utilizzo di un "mantra": la parola mantra deriva dalla combinazione delle due parole sanscrite manas (mente) e trayati (liberare). Il mantra in genere è un suono in grado di liberare la mente dai pensieri: se non pensiamo a nulla è come se avessimo scollegato la mente e fossimo in balia del solo istinto ("QUI" e "ADESSO").
Sostanzialmente consiste in un suono (una parola, una sillaba, alcune frasi) che deve essere ripetuto continuamente al fine di "tenere  impegnata" la mente permettendo al corpo di vivere in autonomia.
Questo "trucco" è necessario perchè non è semplice scollegare la mente e tenerla occupata con attività ripetitive ed inutili permette di aggirare l'ostacolo.
Interpretazioni più recenti hanno dimostrato che i mantra non solo solamente suoni ripetuti, può anche trattarsi di movimenti ciclici e continui secondo una sequenza appresa talmente in profondità da divenire istintiva. Semplicemente il jogging o il nuoto possono portare a questa condizione perchè la ciclicità del movimento tiene occupata la mente ed il fisico diventa particolarmente ricettivo agli stimoli dell'ambiente esterno... assume un comportamento più istintivo, vicino ad uno stato meditativo.
Da queste considerazioni, tratte da alcuni saggi sull'argomento, mi sono reso conto di una cosa interessantissima: dal momento in cui metto la testa in acqua avverto in me una sensazione particolare. E' come se in quell'istante attivassi il pilota automatico.
Eseguo tecniche di agguato, aspetto ed altro in via prevalentemente istintiva.
Credo che sia possibile che l'ingresso in acqua, in tanti anni di pratica, inneschi un fenomeno simile a quello innescato da un mantra. La parte istintiva ha il sopravvento, ogni istante è vissuto totalmente nel presente in quanto qualsiasi pensiero che esula dall'azione di caccia è deleterio per la stessa.
Tutti abbiamo notato che quando sottoposti a periodi di particolare stress, con problemi che paiono insormontabili e che ci tormentano, l'azione di pesca è scadente, raramente avviciniamo la preda in maniera corretta, spesso quando scocchiamo il tiro sappiamo già che non raggiungerà il bersaglio. In queste condizioni infatti non è l'istinto ad indirizzare le nostre azioni ma il ragionamento, che, in quanto tale, è condizionato da troppe variabili.
Può accadere (non voglio dire che sia così per tutti ma è una sensazione che ho riscontrato su me stesso) che l'uscita di pesca contenga lunghi periodi in cui siamo esclusivamente governati dall'istinto: queste condizioni sono molto vicine alla meditazione (intesa in senso lato).
Tra l'altro moltissime tecniche di rilassamento e meditazione prevedono di essere eseguite in ambienti idonei, rilassanti, in cui sia bandito ogni rumore: sotto la superficie del mare ci troviamo in una condizione di calma innaturale, i colori sono tenui. L'ambiente ci predispone in maniera indubbia ad un rilassamento fisico e psichico.
Quindi l'azione di pesca, una volta terminata, potrà lasciarci in una condizione di serenità totale di soddisfazione che ci accompagnerà indubbiamente per un po' di tempo anche fuori dall'acqua.
Per una persona sottoposta a stress (causato dal lavoro) l'effetto combinato della produzione di endorfine, legate all'attività fisica propria dell'azione di pesca, e la serenità indotta dagli automatismi istintivi, possono costituire una vero e proprio aiuto per scrollarsi di dosso i problemi e rigenerarsi in maniera totale.
Potrebbe essere una mia illusione, ma credo che una delle motivazioni per le quali tutti quelli che ho convinto a provare la pesca in apnea ci si sono appassionati è certamente legata al fatto che permette di conoscere la nostra parte più istintiva, che normalmente è piuttosto sopita, e di godere delle sensazioni legate alla stessa.

 

 

 

 

 

Michele Rubbini - Bologna
tecno@bluworld.com

 

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