Abbiamo passato i mesi di febbraio e marzo ad agognare l’arrivo della primavera.
Giunta la primavera, l’acqua cominciava (almeno in superficie) a riscaldarsi, prede interessanti risalivano dalle profondità abissali che frequentano in inverno per predare gli sciami di mangianza che cominciano a brulicare vicini alla superficie.
Ma, si sa, l’erba del vicino è sempre più verde: sognamo quindi l’estate calda e l’acqua cristallina. Il termoclino a 20 o 25 m, una colonna d’acqua a temperatura gradevole in cui poter insidiare ad ogni quota e con ogni tecnica le nostre prede. Il piacere di poter indossare la muta direttamente utilizzando l’acqua di mare come lubrificante ed il piacere di togliersela in acqua senza temere brividi ghiacciati: luglio ed agosto sono mesi strepitosi.
Ma un pensiero a settembre non è possibile non dedicarlo: i gran di pelagici che si assommano sulle guglie, sui relitti e sulle secche, l’acqua ancora calda e le giornate climaticamente gradevoli sono un’attrattiva per ogni pescatore in apnea.
Questa condizione si protrae fino ad ottobre inoltrato… poi il circolo virtuoso di clima ed abitudini della fauna ittica si interrompe.
Da fine giugno impugnamo fucili da almeno un metro e peschiamo anche a profondità considerevoli, forti anche del fatto che l’acqua è limpidissima (ovviamente in conformità alle caratteristiche della zona), adesso in novembre (e nei mesi successivi) siamo costretti a lasciare in cantina le lunghe spingarde ed ad indossare uno schienalino, visto che le zone di pesca che andremo a frequentare prevedono batimetriche moto contenute.
Purtroppo l’avanzare della stagione determina una serie di precipitazioni che ingrossano i fiumi e riversano in mare acqua fangosa.
Tutti concordi sul fatto che il potere di diluizione del mare è immenso, ma quando migliaia di metri cubi di acqua sporchissima si riversano in mare per settimane, l’effetto è indiscutibilmente evidente!
I primi temporali, così come le prime mareggiate, della stagione autunnale contribuiscono ad ossigenare l’acqua (nei bacini chiusi come l’alto Adriatico l’eutrofizzazione, e tutti i fenomeni conseguenti alla carenza di ossigeno, a fine estate sono particolarmente evidenti e determinano una forte riduzione della popolazione ittica dalle aree prossime alla costa) ma, quando il fenomeno di protrae nel tempo, il fenomeno diventa negativo in quanto rende impraticabili molte zone per carenza di visibilità.
E’ chiaro che se parliamo di una costa rocciosa, in una zona affacciata al mare aperto il problema sarà meno sentito, ma la riduzione della limpidezza sarà comunque oggettivamente riscontrabile da chiunque.
Le acque dei fiumi che si riversano in mare determinano anche una prima (ed a volte drastica) riduzione della temperatura dell’acqua: l’acqua piovana scorre lungo canali e fiumi con profondità contenute.
Il continuo movimento dell’acqua favorisce gli scambi di calore tra il liquido e l’aria ambientale: non è raro, specie nel Nord Italia, che la notte, nel mese di Novembre, si raggiungano temperature di pochi °C. In seguito ad alcuni giorni di cammino nel letto del fiume, quindi, l’acqua raggiunge il mare a temperature drasticamente inferiori a quelle riscontrabili nelle acque costiere: la miscelazione dell’acqua piovana con quella marina contribuisce a ridurne la temperatura, in particolare nella fascia costiera prossima alle foci.
E’ indiscutibile quindi che l’arrivo della stagione instabile e fredda, tipica dell’autunno, abbia conseguenze dirette (e del tutto prevedibili) sulle condizioni di visibilità e di temperatura dell’acqua marina.
Fintanto che queste condizioni di peggioramento rientrano nella norma è possibile sfruttarle a nostro vantaggio.
Abbandoneremo il 110 ed impugneremo un 75, rinunceremo all’aspetto in profondità per dedicarci all’agguato sotto costa e, normalmente, saremo ottimamente ripagati dalla scelta.
I più bravi sostituiranno i dentici e le cernie dei loro carnieri estivi con spigole ed orate ma potranno ancora misurarsi con prede emozionanti e stimolanti.
Anche per i meno esperti si aprono molte possibilità, in quanto l’immediato sottocosta bulicherà di cefali (intenti a cibarsi di tutto ciò che trovano in sospensione), tordi, branchi smisurati di salpe e, sebbene non semplicemente avvicinabili, saraghi.
Il problema è che da qualche anno a questa parte si assiste ad un progressivo miglioramento delle condizioni di visibilità estive combinato con condizioni di torbido impenetrabile dei mesi autunnali ed invernali.
Queste condizioni sono le peggiori che possono capitare ad un pescatore in apnea.
L’eccessiva limpidezza, specie per chi non è abituato, non è certo un buon alleato: è difficile stimare le distanze, i pesci ci vedono prima di quanto avrebbero potuto fare in condizioni di visibilità standard e le ombre sono proiettate a distanze considerevoli. In ogni caso, in estate, con un po’ di “mestiere”, il pescatore può sfruttare la limpidezza per individuare le prede dalla superficie per stabilire la migliore tecnica di avvicinamento. Sarà un avvicinamento difficile, ma l’azione di pesca risulterà comunque molto divertente ed emozionante e quindi, anche se non dovesse essere positivamente finalizzata, contribuirà a mantenerci di ottimo umore!
Scendere in acqua mentre all’esterno la temperatura è inferiore ai 10°C, in una uggiosa giornata autunnale, di per se non riempie il cuore di gioia. Ma il vero pescatore sa che le emozioni positive o attendono subito sotto la superficie.
A questo punto (viste le premesse) immergersi in qualcosa che ricorda una enorme tazza di caffelatte può rovinare l’umore anche al più convinto degli ottimisti.
Se il morale va sotto la suola delle scarpe a chi frequenta da poco tempo la zona, determinerà uno sbotto di ira da parte di chi ci pesca da anni.
Fino a pochi anni fa era una certezza trovare condizioni di visibilità accettabili e, tutto sommato costanti, per tutta la stagione invernale: oggi si passa da una specie di fanghiglia di alcuni giorni ad una limpidezza primaverile in altri. Tra l’altro la previsione delle condizioni in cui troveremo il mare è quasi impossibile!
E’ innegabile che negli ultimi anni si è verificata una variazione delle condizioni climatiche: indipendentemente dal fatto che questa variazione sia legata agli andamenti ciclici del clima o che sia attribuibile all’uomo, dobbiamo scontrarci con questa condizione.
Analizzando sommariamente i grafici sulle precipitazioni delle zone che frequento ho notato che, mediamente, non si sono verificati particolari incrementi o diminuzioni della quantità totali di precipitazioni annue. Il problema è che fino a qualche anno fa erano più distribuite.
Ora piove un po’ più di rado, ma quando lo fa, le quantità in gioco sono sempre importanti.
Se penso alle mie estati di quando ero bimbo, estati che passavo al mare con i nonni, ricordo chiaramente temporali della durata massima di un’ora che ci investivano settimanalmente (parlo della costa Adriatica dell’Emilia Romagna).
Quest’anno, nei mesi di luglio ed agosto, ha piovuto in tutto 4 volte con un’intensità spaventosa. Per di più, per tutto il mese di giugno il clima è stato freddo ed i temporali quotidiani.
I terreni in luglio ed in agosto erano riarsi, crepati in seguito ai ritiri di terra ed argilla ormai completamente disidratate: i pochi temporali non sono mai stati sufficienti ad impregnare il terreno che, così asciutto, presentava una impermeabilità notevole.
Risultato: le piogge lavavano i campi asportando la polvere accumulata in superficie, si riversavano nei canali (secchi da settimane) dove raccoglievano la melma essiccata e trasportavano tutto questo “ben di Dio” fino al mare.
Il risultato è che quando cominceranno le piogge intense, tipiche dell’autunno, il trasporto di polvere e fango fino in mare da parte di fiumi e canali sarà enormemente amplificato rispetto a quanto accadeva fino a pochi anni fa.
Una pioggerellina autunnale che persiste per 3 giorni impregna il terreno fino a trasformarlo in una enorme distesa di fango; un temporale molto intenso della durata di poche ore, che però riversi la medesima quantità di acqua sul terreno, ne determina solo un lavaggio degli strati superficiali, con conseguente invio al mare di fanghi e detriti.
E’ plausibile pensare che tali condizioni non siano particolarmente gradite nemmeno dai pesci: nuotare nella fanghiglia non è certo gradevole, e reperire il cibo in tali condizioni può essere complicato (si pensi ad un predatore che deve individuare e catturare la propria preda).
La persistenza di tali condizioni per diversi giorni può anche determinare un progressivo allontanamento della fauna ittica dalla zona: ad esempio per spostarsi al largo su fondali in cui gli effetti delle acque piovane riversate in mare siano meno pesanti.
Può quindi essere vincente la strategia di chi, quando si verificano queste condizioni di visibilità proibitiva, decida di spostarsi al largo, su batimetriche più “estive” per cercare le proprie prede.
Esiste anche una seconda possibile motivazione al progressivo intorbidimento dell’acqua marina nella stagione invernale: in questo caso invece è l’uomo l’origine del problema.
La quantità di depuratori distribuiti sul territorio è ormai altissima: ciò determina un complesso trattamento di purificazione delle acque “contaminate” prima che queste siano riversate nei bacini, nei corsi d’acqua ed in mare.
L’Italia è disseminata di depuratori.
Questi apparati si basano si principi chimico-fisici differenti ma determinano, in ogni caso, la separazione delle sostanze inquinanti o contaminanti dall’acqua. Le sostanze separate potranno essere derivati chimici (tipici degli scarti dell’industria) o detriti organici (le fognature civili).
Alcune di queste sostanze sono veri e propri veleni, pericolosi per l’ambiente e per l’uomo e quindi l’asportazione delle stesse deve essere accurata ed approfondita; altre sono solo sporche, determinano una forte riduzione della limpidezza dell’acqua ma non ne pregiudicano la salute.
I costi di gestione di un impianto di depurazione sono certamente altissimi ed il funzionamento in regime continuo determina di certo una rapida usura dei componenti e delle materie prime di depurazione.
E’ plausibile pensare che, laddove un impianto sia preposto al trattamento di acque sporche ma non inquinanti (nel senso di non pericolose per l’ambiente e l’uomo), i regimi di funzionamento ed il grado di purificazione possa essere variato in funzione della stagione.
In estate, quando i bagnanti affollano le coste e creano un importante gettito fiscale per tutte le attività professionali e commerciali presenti, è fondamentale che l’acqua sia limpida, per rendere il più piacevole possibile il soggiorno dei turisti.
Quindi a partire dai mesi di aprile e maggio agli impianti potrebbe essere richiesto di operare determinando la massima asportazione possibile delle sostanze sporche: attivando opportuni stadi filtranti è possibile eliminare anche i residui di mea e fango.
A fine settembre, però, di turisti che fanno il bagno non se ne vede più: va da se che è inutile mantenere regimi di funzionamento molto spinti (e quindi molto costosi) per gli impianti di depurazione. E’ sufficiente che gi impianti eliminino le sostanze inquinanti, quelle che modificano la limpidezza ma non hanno alcun altro effetto negativo possono essere lasciate, in quanto tenderanno a depositarsi sul fondale marino in una lenta sedimentazione nei mesi che seguiranno.
Purtroppo questa condizione si ritorce pesantemente proprio sui pescatori in apnea, che frequentano il mare anche nei mesi freddi, e che svolgono un’attività pesantemente condizionata dalle condizioni di trasparenza dell’acqua.
Ma chiunque peschi in apnea sa che i nostri interessi sono spesso in antitesi con quelli dell’opinione pubblica e delle autorità: ne sono un esempio le Aree Marine Protette in cui gli unici che non possono pescare siamo noi!
E quindi consigliabile a chi avesse notato un particolare intorbidimento delle acque in cui è solito pescare, di studiare la costa, identificare se ci sono zone privilegiate da particolari correnti o se spostandosi a largo si assiste a miglioramenti delle condizioni di visibilità. Se così fosse sarà necessario adattarsi alle nuove condizioni cambiando le proprie zone di pesca, privilegiando quelle in cui la visibilità sia migliore.
In tutti gli atri casi occorrerà fare buon viso a cattivo gioco: lasciare a casa il 75, impugnare un 60 ed abituarsi a sparare alle ombre. Le prime volte è un po’ opprimente, poi ci si abitua e capita anche di fare qualche bella cattura mentre ci si trova “in ammollo nel paciugo”.