Mi guardo intorno, c'è un bambino molto piccolo, con i movimenti ancora goffi di una corsa malamente accennata, che si dirige verso il bagnasciuga.
Due splendide ragazze accennano movenze da sfilata mentre passeggiano sul lungomare, a fianco di un gruppetto di coetanei che gioca a con un pallone: l'effetto che volevano sortire è indubbiamente ottenuto, il pallone tonfa in acqua ed una manciata di occhi sono incollati su di loro.
Basta guardarsi attorno, sto lavorando: il castello è quasi pronto, e la soddisfazione che si legge negli occhi di mio figlio nel vedere prendere forma la “fortezza dei Gormiti” è impagabile.
Certo che se penso che solo poco tempo fa queste zone erano praticamente deserte ed io, e pochi altri intrepidi, ne eravamo i padroni indiscussi...
E' l'alba, in maggio a quest'ora è ancora decisamente freddo, la nebbia ha impregnato di umidità lo strato superficiale della sabbia e rende la visibilità precaria. Ma è un ottimo segnale: se c'è nebbia significa che non c'è vento e quindi che il mare è probabilmente calmo.
Aprendo la portiera della macchina ci si accorge di un silenzio innaturale, ovattato: è una certezza, il mare è calmo. Il rumore delle onde sarebbe un sottofondo cupo inconfondibile.
Si estrae l'attrezzatura dal porta bagagli e cominciamo a preparaci. La muta ha uno spessore assolutamente ingiustificato in quasi tutta Italia, per questa stagione, ma qui l'acqua rimane fredda a lungo e raggiunge punte siderali a nel mese di marzo (anche 6, 7°C). Le quote operative saranno ridicole e quindi siamo piombati al punto da rendere i movimenti impacciati, questo fino a che siamo ancora sulla terra ferma...
Sono completamente mimetizzato sulle tonalità del marrone, anche le pinne ed il fucile: non ho mai capito se questa scelta garantisca maggiori chances di cattura nelle abituali condizioni di pesca con torbido estremo. Di certo male non fa... tanto se sarà torbido come l'ultima volta i pesci non se ne accorgeranno di sicuro.
Mi dirigo verso la spiaggia, saluto il mio compagno di pesca, dopo esserci divisi le zone e dati l'appuntamento per il rientro: calzo le pinne quanto ho ormai l'acqua all'altezza del petto; in questa fase c'è la verifica più importante, se riesco ad intravvedere i piedi nel torbido significa che riuscirò a pescare senza troppi problemi, altrimenti ci sarà da penare.
Sebbene abbia descritto l'inizio di una singola particolare battuta di pesca la situazione è esattamente la stessa ogni volta che decido di uscire in alto Adriatico.
Bisogna in primo luogo specificare che ci sono pochissime zone in cui la pesca è consentita anche in estate, durante la stagione balneare (quando cioè sono in vigore le ordinanze restrittive a favore dei bagnanti e dei turisti), mentre qualche spiraglio in più si presenta nei mesi di aprile e maggio o da metà settembre in poi (fino a che la temperatura dell'acqua rimane al di sopra degli 11°C).
Questi pochi spot di pesca sono divisi tra un numero sorprendente di pescatori dediti al torbido estremo: ricordo ancora che leggevo con stupore i racconti di Riccardo Andreoli relativi alla pesca in barena (aree della laguna Veneta) in cui raccontava di distinguere l'arrivo dei pesci, e la loro dimensione, dai rumori delle scodate che provenivano da oltre la coltre torbida; ad oggi, devo ammettere che anche io mantengo sempre un altissimo livello di attenzione ai segnali sonori. Un branco di cefali un fuga perché una grossa spigola si intrufola tra di loro crea un suono cupo e facilmente percepibile: è buona norma orientarsi lentamente verso la zona da cui proveniva il suono, sperando che la ragione dello scatto del branco sia proprio la presenza del predatore che sta venendo a spiarci.
La pesca in alto Adriatico, salvo qualche rarissimo caso, è praticata esclusivamente su strutture artificiali, barriere create per proteggere la costa dall'erosione o per limitare e proteggere le banchine di un porto. L'alto Adriatico è una infinita distesa di sabbia, qualsiasi concrezione rocciosa (sia essa naturale o artificiale) si trasformerà in brevissimo tempo in un luogo di aggregazione per diverse forme di vita.
Sia esso il corpo morto cui è fissata una boa di segnalazione o altro elemento galleggiante o una vera e propria massicciata estesa, lo potremo tranquillamente interpretare (se non è di recentissima installazione) come uno di quegli oggetti che in oceano sono denominati F.A.D. (Fish Aggregation Device: non a caso i pescatori professionisti cercano queste zone e praticano diversi tipi ci pesca nei dintorni delle stesse al fine di intrappolare i pesci che “orbitano” attorno al F.A.D..
Quindi, in funzione della direzione della corrente (ipotizzando di analizzare una barriera frangiflutti), avremo una punta su cui la corrente “incide” ed una invece da cui la corrente lascia la barriera.
Generalmente le punte, le estremità, delle barriere sono le zone in cui è più probabile trovare i predatori in caccia, dovremo quindi tenere conto della corrente per evitare che le nostre onde sonore si proiettino sui pesci presenti al largo della punta: se la corrente arriva dal largo e viene verso la punta contribuirà a smorzare le perturbazioni che emetteremo verso il pesce e quindi potremo anche permetterci di sommozzare direttamente sul punto di interesse sul quale desideriamo eseguire l'aspetto. Nel caso contrario, un tuffo diretto sul punto di interesse provocherà il fuggi fuggi generale in quanto le vibrazioni ed i rumori che provochiamo saranno portati dalla corrente, rapidamente, verso il largo. Sarà quindi opportuno accostarsi alle rocce affioranti, mantenendosi attaccati con la mano durante la ventilazione per ridurre al minimo i rumori prodotti, preferibilmente ignorando gli immancabili cefali che verranno a curiosare, il tuffo sarà una discesa lenta, sgattaiolando tra le rocce e trainandosi esclusivamente con la mano libera fino a raggiungere il luogo dell'appostamento. Sono rarissimi i casi in cui dalla superficie sia possibile vedere chiaramente il fondale (anche se ci sono solamente 2 m di profondità): è necessario quindi pianificare percorso e destinazione mentre si scende. Sebbene dalla descrizione sembri una cosa semplicissima ci si rende conto in fretta che invece determina un notevole consumo di aria dover ragionare sui propri movimenti, dover cambiare direzione per scendere verso un nuovo obiettivo identificato quando siamo già a metà strada. In ogni caso è una scelta vincente, un corretto appostamento, raggiunto con la massima circospezione possibile, offre decisamente maggiori chances di cattura.
Personalmente prediligo adottare questa tecnica in ogni caso: sia che la corrente mi favorisca che nel caso in cui mi penalizzi; nascondendomi dietro agli scogli e riapparendo (anche solo una parte per volta) durante gli spostamenti, credo che i segnali emessi siano poco chiari per le prede, queste non percepiscono una grande forma che plana verso il fondale ma tante forme più piccole che si muovono. Potrebbe interpretarlo come un branco di pesci di taglia: per l'istinto territoriale della spigola sapere che potrebbero esserci dei rivali nelle sue zone è uno stimolo che vale la pena di sfruttare.
Quando si sceglie il punto di appostamento è necessario considerare che, in alcune zone, sul fondale si accumulano detriti melmosi: appena le nostre ginocchia toccano la sabbia i detriti si sollevano, in pochi secondi saremo avvolti in una coltre lattiginosa e praticamente impenetrabile.
So che alcuni amici hanno usato questo espediente come ulteriore fonte mimetica, ma il più delle volte la coltre arriva anche davanti alla maschera e diventa necessario avanzare per poter vedere qualcosa: il mio consiglio quindi è quello di poggiarsi preferibilmente sulle rocce, evitando il contatto diretto con la sabbia quando ci si sia resi conto che è effettivamente presente lo strato superficiale di melma.
La barriera è comunque lunga e quindi limitarsi ad analizzarne le punte è un errore. Anche lungo la massicciata lineare può capitare di imbattersi in qualche esemplare interessante.
In primo luogo ritengo opportuno scandagliare preferibilmente il lato esterno, quello rivolto verso il mare aperto: ho notato che i lati interni sono frequentati in prevalenza dagli stadi giovanili e quindi non meritano particolare attenzione. Non vanno escluse però le zone limitrofe alle punte dei lati interni, in cui spesso le spigole si fermano a riposare (la corrente e le onde non sono quasi percepibili in queste zone) dopo un pasto o aspettano per tendere un agguato.
Se mentre siamo in mare le onde cominciano a crescere di intensità e l'acqua diventa troppo torbida (per troppo torbida intendo quella condizione in cui tenendo l'impugnatura del fucile all'altezza della spalla non è possibile vedere chiaramente la punta dell'asta o della fiocina, e parlo di fucili da 60 cm...) può invece valer la pena di scorrere l'interno delle barriere; anche i pesci, infatti, non amano essere eccessivamente sballottati, ne tanto meno si trovano perfettamente a loro agio nella coltre marrone alzata dal moto ondoso, può quindi accadere di incontrare un branco di cefali ammassato in una tana o qualche spigola che caccia i pesci che stanno migrando verso l'interno.
Anche in questo caso sarà più facile vedere le spigole nelle zone limite tra la coltre nebbiosa e l'acqua “pulita” (termine un po' forte per l'alto Adriatico ma comunque più corretto che il termine “trasparente” che invece a poco a che vedere con queste acque). Saranno ferme lì, nascoste, per tendere l'agguato ai cefaletti che cercano riparo dal moto ondoso.
Ritornando all'analisi dell'azione di pesca lungo l'esterno della barriera (applicabile in linea di massima anche all'interno, salvo per il fatto che all'interno le profondità sono molto inferiori e spesso non consentono di scendere al riparo dei massi) è possibile applicare esattamente la tecnica descritta in precedenza, allo scopo di scendere lentamente, tra i massi e, magari, bloccarsi a metà discesa per interrompere per un istante le emissioni sonore.
Non sempre questa tecnica risulta essere la migliore: in certi casi è necessario ed opportuno fare esattamente il contrario.
Allontanarsi di diversi metri dalla barriera e scendere fino ad arrivare a breve distanza dal fondale sabbioso e proseguire orizzontalmente verso la barriera: giunti in prossimità della barriera è necessario scegliere il punto in cui desideriamo fermarci (va scelto istantaneamente, mentre siamo in abbrivio, non bisogna fermarsi ed è meglio evitare bruschi cambi di direzione) e dirigersi verso lo stesso. E' opportuno approcciare la barriera diagonalmente, disponendosi a “spina di pesce” (mutuando un termine del codice stradale): se ci mettiamo paralleli non saremo nelle condizioni di esaminare a dovere la barriera ed i pesci che provengono, rispetto a noi, dall'alto; se ci mettiamo perpendicolari sarà impossibile intercettare i pesci che arrivano dal largo. La direzione della diagonale sarà determinata dalla direzione lungo la quale stiamo muovendoci per esplorare la barriera.
Va segnalato che al largo di alcune barriere frangiflutti, le correnti e/o le caratteristiche dei substrati che formano il fondale creano degli avvallamenti: in pratica si creano delle vere e proprie buche di elevata profondità (anche qualche metro rispetto al livello della sabbia della zona).
Queste “buche” sono utilizzate dalle spigole per tendere gli agguati: si piazzano sul fondale e osservano dal basso i branchi di pesci (generalmente cefali e/o piccoli sugarelli e simili) che sorvolano la buca. Uno scatto veloce e la cattura è certa.
Se sappiamo dell'esistenza di queste zone (perché ce lo hanno raccontato o perché abbiamo notato la frequente presenza di pescatori con i cosiddetti bilancini al largo di una barriera in particolare) è necessario adottare la prima tecnica analizzata (scendere lungo le rocce, serpeggiando) appostandosi con una leggera orientazione verso il largo: sarà così possibile intercettare le spigole che arrivano dalla buca, incuriosite dal rumore che abbiamo prodotto.
Se ci approcciamo alla barriera dal largo, invece, sorvolando la “buca” saremo certamente osservati e studiati dall'eventuale spigola ivi appostata: è improbabile che la spigola sia così grande da ritenerci una possibile preda ed accorrere verso di noi dopo che ci saremo appostati.
Un ulteriore vantaggio della discesa lungo la parete formata dai massi è legato al nostro assetto: per pescare senza fatica in così poca acqua dovremo essere molto piombati. E' da preferire un assetto leggermente negativo piuttosto che la positività in superficie tipica della pesca in medio fondale; dobbiamo sprofondare semplicemente immergendo la testa, senza necessità di alcuna spinta delle pinne, semplicemente traendoci con le mani.
Se siamo appoggiati alla roccia, potremo ventilarci con tranquillità perché sarà la roccia stessa a sostenerci, mentre se siamo in mezzo al mare per galleggiare dovremo muoverci e questo pregiudicherà la ventilazione. Tra l'altro, fermarsi a breve distanza dal fondale sabbioso, se si è piombati a dovere, è un'impresa decisamente complicata: il più delle volte ci si schianterà sulla sabbia alzando un nuvolone di sospensione in grado di allarmare qualsiasi forma di vita nel raggio di un chilometro.
La condizione ideale per scende in acqua è quella che va dal momento intermedio tra il culmine di bassa marea e quello di alta, fino al culmine di alta marea stesso.
In alto Adriatico l'influenza delle maree è importante in quanto le quote operative sono minime e 60/80 cm di profondità in più determinano un cambiamento importante delle condizioni ambientali a cui i pesci sono sensibili. In secondo luogo l'immersione della fascia di rocce lambita solo dall'alta marea, determina la liberazione in acqua di molte sostanze nutritive particolarmente gradite ai pesci di piccola taglia. E' indubbio che noi gradiamo particolarmente i predatori dei pesci di piccola taglia e quindi...
Non è secondario il fatto che l'acqua che arriva dal largo è normalmente più pulita e quindi, in queste fasi di marea, c'è normalmente una migliore visibilità.
Le rarissime volte che queste condizioni si verificano in prossimità dell'alba o del tramonto possiamo stare certi che ci divertiremo, si riscontrerà infatti un notevole movimento di pesce, quasi tutto al libero.
Ovviamente anche gli antemurali dei porti potranno essere affrontati adottando le stesse tecniche, ricordandosi però che non è permesso avvicinarsi alle punte in quanto si tratta di zone pericolose a causa del frequente passaggio di imbarcazioni.
Uno sguardo alle attrezzature.
Le quote operative, come già accennato, saranno assolutamente minime (massimo 5 m nella maggior parte dei casi) quindi non è necessario avere pinne particolarmente prestazionali. L'importante è che siano robuste e che non si lacerino con facilità. Le scogliere artificiali sono completamente cosparse di cozze ed ostriche (di alcun pregio culinario), alcune aperte, altre rotte: praticamente un susseguirsi di lame più o meno affilate. Alcuni modelli di pinne con la pala in polimero "morbido" possono essere incise, durante gli sfregamenti con una certa facilità; le incisioni, salvo casi particolari non ne pregiudicano la funzionalità... dopo un po' di tempo, però, i danni potrebbero non essere solo estetici e quindi è opportuno controllare le pale, ogni tanto, per sincerarsi che non si siano sovrapposte delle lacerazioni arrivando a profondità eccessive.
Le pale in composito, invece, non sono certamente il prodotto più indicato: sono superficialmente più dure ma l'incisione di una cozza o, peggio, di un'ostrica potrebbe scalzare la resina ed arrivare agli strati esterni di fibra. Tra l'altro per questa pesca nel torbido estremo non c'è la necessità spinte prodigiose, si avanza con il solo ausilio della mano libera, non si deve contrastare il moto ondoso o la corrente impetuosa, perché in quelle condizioni l'acqua diventerebbe fango, con visibilità prossime allo zero, e non si deve, inoltre, percorrere lunghi tratti per arrivare agli spot, che sono pochi, localizzati e sostanzialmente semplici da raggiungere.
Con questo non voglio precludere un tentativo a chi possiede un unico paio di buone pinne in composito, ma è necessario che sappia che dovrà fare più attenzione che durante una normale battuta di pesca.
Visto la temperatura artica dell'acqua ad inizio primavera (si inizia a pescare quando l'acqua, riscaldandosi col tiepido sole primaverile, raggiunge i 10°) e quella equatoriale in piena estate (sono sceso una volta in mare in piena estate e l'orologio segnava 28°C) è possibile che la stessa scarpetta non consenta di pescare comodamente con un calzare da 4 o più mm e con un altro da 1 o 2 mm (ho amici che usano calze di cotone quando è molto caldo) visto che la differenza di spessore modifica eccessivamente il comfort che può garantire la scarpetta.
L'ideale sarebbe ricorrere a scarpette regolabili (ad oggi prodotte solo da C4 e Sporasub) o avere una scarpetta invernale larga ed una estiva con calzata più piccola: nella maggior parte dei casi si sceglie una versione intermedia, ad inizio primavera la sentiremo un po' stretta a causa dei calzari invernali, in estate patiremo caldo ai piedi perché la dovremo utilizzare con calzari di spessore intermedio (pensare di usarle con calzari sottilissimi è un errore, una scarpetta lasca è il modo migliore per favorire i crampi ai piedi e per procurarsi delle vesciche).
Per quanto riguarda la maschera, invece, non ci sono dubbi: la profondità è scarsa, la visibilità è precaria e le prede possono arrivare da qualsiasi direzione, quindi occorre una maschera con la visuale il più ampia possibile, grande e morbida. Si pesca con mare calmo, quindi non ci sono rischi che le onde possano scalzarla dal viso, anche il lacciolo non necessiterà di essere stretto, dovremo starci comodi.
Sarà necessario imparare che la testa va tenuta preferibilmente ferma, i pesci che arrivano dal nostro campo visivo sono quelli prendibili, quelli che arrivano da altre direzioni richiedono movimenti eccessivi che saranno certamente interpretati come un gesto di aggressività. Se ci si accorge che una spigola arriva da dietro è meglio rimanere immobili, sperando che non riesca a cogliere precisamente la nostra sagoma e decida di girarsi e tornare alla carica da un'altra direzione. Visto che l'acqua è sempre molto torbida è consigliabile rimanere immobili per non fornire informazioni sotto forma di onde di pressione alla linea laterale della possibile preda: se si tratta di cefali andranno e torneranno più volte, se è una spigola potrà regalarci al massimo un secondo passaggio a velocità sostenuta, fortunatamente la traiettoria di nuoto è generalmente abbastanza regolare in questa fase esplorativa e quindi potremo azzardare un tiro al volo, se siamo bravi e fortunati il pesca tornerà a casa con noi.
Sulla muta ideale si potrebbero scrivere pagine su pagine. Le temperature dell'acqua, come segnalato in precedenza, variano tra i circa 10°C di inizio aprile ai quasi 30°C estivi.
Nella stagione più fredda adotto una muta con giacca da 7 mm e pantaloni da 5 mm sormontando il tutto con un paio di bermuda per eliminare il riflusso di acqua che si può creare con il movimento del busto. Vista la grande presenza di cozze e ostriche è da preferirsi una muta foderata esternamente che presenti maggiore resistenza nei confronti delle incisioni.
Quanto più il materiale è coibente meglio è: non andremo in profondità, quindi una muta in macrocellulare morbidissima garantirà una buona resistenza nei confronti del freddo e non ci creerà problemi in termini di schiacciamento, visto che tanto non scenderemo mai sotto ai 5 m.
Devo ammettere che io utilizzo spesso anche il liscio spaccato perché ne amo la comodità: per evitare tagli è necessario prestare un po' di attenzione quando ci si muove lungo i massi. Sfiorando le valve dei molluschi una lacerazione è sempre possibile: c'è di buono che aggiustare una muta in liscio spaccato è semplicissimo. La rottura, comunque pregiudicherà la pescata.
Per l'estate è indiscutibile che la migliore soluzione sia disporre di una muta foderata esternamente il più sottile possibile: io uso una 3 mm (sia giacca che pantaloni) ma ho un amico che ha comprato una muta per mari caraibici sottile quasi come un T-shirt.
La fodera, in questo caso, gioca un ruolo importantissimo ed indipendente dalla resistenza alle lacerazioni: il sole caldo estivo porterà l'acqua a temperature alte e dissipare calore diventerà complicato. Potremmo trovarci a disagio, costretti nella muta ed eccessivamente accaldati. La muta foderata permette che la porzione di schiene che fuoriesce dalla superficie subisca una continua evaporazione dell'acqua che la impregna: l'evaporazione determina una asportazione di calore (il calore latente di evaporazione, l'acqua lo preleva dalla superficie di supporto); mantenere in questo modo la schiena fresca contribuirà al nostro benessere.
I guanti ed i calzari dovranno essere commisurati alla stagione, magari avendo la cura di utilizzare un guanto più sottile per la mano che impugna il fucile: si sparerà di imbracciata su sagome al limite di visibilità è necessario quindi avere la massima sensibilità sull'impugnatura e sul grilletto, a scapito di un po' di freddo alla mano. Il guanto della mano che ci trascina, invece, dovrà avere necessariamente il palmo anti-taglio: esistono guanti con rinforzi in Kevlar, guanti in Dyneema, ed altre soluzioni tutte perfette allo scopo di non affettarsi le dita con le conchiglie.
La piombatura deve necessariamente essere distribuita: nella stagione fredda indosso circa 11 kg di piombo per contrastare la spinta positiva della grossa muta e dei bermuda, se fossero tutti in cintura mi spezzerei la schiena.
Quindi è consigliabile uno schienalino, in cui sia possibile modulare la pesata per scaricarlo mano a mano che ridurremo gli spessori della muta, una cintura (preferibilmente elastica, così rimane più ferma) e delle cavigliere. Se, nella configurazione invernale, si vuole infilare due lastrine di piombo sotto ai bermuda può essere utile per ridurre il peso in cintura.
Per quanto riguarda la boa ritengo che debba essere quanto più piccola possibile (tanto ci muoviamo lungo una parete rocciosa dove è altamente improbabile che qualcuno navighi e, se proprio ci naviga, come minimo sarà molto attento a non urtare gli scogli e quindi osserverà il tratto di mare antistante la prua), senza fronzoli ed altri ammennicoli appesi, collegata con pochi metri di monofilo di grosso spessore ad un piombo da tenere sotto la cintura.
Sarà semplicissimo liberarsene nel caso in cui sia necessario, si potrà inoltre utilizzare la boa collegando il piombo da cintura con un moschettone al fucile, quando ci si incastri l'asta in una tana o in altre condizioni simili.
C'è anche chi collega la boa al fucile per utilizzarla alla stregua di un mulinello qualora capiti la cattura di una grossa spigola: il mio amico Alberto, sparando con un Ministen privo di mulinello ad una spigola corpulenta, si è trovato a doverla rincorrere per tutta una barriera (temendo che si liberasse ad ogni strattone) fino a che la stessa, stremata si è infilata sotto un sasso. In quel caso siamo riusciti a goderci una strepitosa spigola di 5 kg, cotta al sale in un forno enorme, ma normalmente, sarebbe stato molto probabile perdere quel magnifico pesce.
Sebbene mi piaccia veramente poco tenere il fucile legato alla boa, qualora non sia montato il mulinello, può essere una scelta condivisibile.
Arrivando al fucile c'è veramente poco da dire.
Si pesca normalmente con fucili lunghi circa 60 cm, siano essi arbalete o pneumatici.
Raramente si può ricorrere al 75, in giornate di acqua particolarmente limpida e mare calmo; giornate in cui per altro il pesce sarà particolarmente diffidente e sospettoso in quanto può vederci da rande distanza (per i suoi canoni abituali).
Una volta o due all'anno capitano condizioni caraibiche in cui si può pensare di azzardare l'uso di un 90: in tal caso non capiterà di incrociare nulla degno di attenzione!
Il fucile da 60 che utilizzo io è del tipo ad elastici, con asta monoaletta e monta il mulinello. Non occorrono molti metri di sagola, serve però che questa ci sia e sopporti senza problemi l'usura dovuta allo sfregamento contro le conchiglie.
La punta dell'asta non deve essere estrema: sarà frequente che l'asta sbatta contro uno scoglio che si trova oltre il limite di visibilità, una punta troppo acuminata si arrotonderebbe dopo pochi tiri.
Idealmente il massimo sono le punte ad angolo ottuso che sopportano bene gli scontri con gli scogli senza perdere il tagliente.
Può capitare un pesce di grandi dimensioni, ma si parla di spigole, quindi non di mostri che torcono le aste semplicemente con un sussulto del corpo: quindi le tacche non costituiscono un problema, in quanto è estremamente improbabile che possano ingenerare una frattura quando sollecitate dal nuoto del pesce infilzato.
E' importante che l'assetto del fucile sia neutro e che si muova con estrema semplicità in acqua (parlando di un 60 questa caratteristica è facilmente riscontrabile nella maggior parte dei modelli).
Avere gomme che permettono tiri lunghi può essere un vantaggio: se è molto torbido caricheremo alla prima tacca per sparare a pesci vicini, qualora si presentino zone di maggiore visibilità potremo passare alla seconda tacca disponendo di qualche spanna in più di gittata. In questo tipo di pesca è infatti impensabile scendere con due fucili: molto meglio averne uno il più versatile possibile.
Chi usa il pneumatico sceglie misure da 60 o 70 cm e monta quasi sempre grosse fiocine pesanti tutte in metallo. Con questi accessori è necessario provvedere a regolarizzare l'assetto del fucile, montando dei galleggianti in prossimità della volata: in genere si realizzano sagomando con un cutter degli spezzoni di espanso del tipo di quello utilizzato per le tavolette da piscina.
I pezzi di espanso possono essere fissati al fucile con nastro isolante, ideale quello autovulcanizzante, oppure ricomprendo tutto con una guaina termoretraibile e scaldandola con un opportuno phon. Le fiocine pesanti sono da preferire alle classiche con impugnatura polimerica perché tagliano meno i pesci: sparando al libero su sagome guizzanti, spesso vicine, l'impatto della porzione polimerica sulla carne è analogo a quello di una ghigliottina.
Tra l'altro le fiocine pesanti sono anche prodotte nella versione con le alette: è raro incontrare spigole delle dimensioni tali da richiedere le alette di ritenzione per essere bloccate, ma non è da escludere. Certo è che quando colpirete un qualsiasi pesce maledirete le alette, perché, effettivamente, impediscono al pesce di liberasi, ma anche a voi di liberarlo!
Un ultimo attrezzo che non può mancare ad ogni bravo e coscienzioso pescatore dell'alto Adriatico è un computer collegato ad internet: ci sono infatti parecchi siti su cui analizzare le previsioni meteo e studiare le condizioni del mare grazie ai quali è possibile risparmiarsi inutili viaggi a vuoto. Quando il mare è mosso la visibilità non permette di pescare: saperlo in anticipo, magari osservarlo in tempo reale da una webcam è particolarmente comodo.