Negli ultimi anni siamo stati costretti ad assistere ad un notevole incremento della scaltrezza delle nostre prede. In certe zone i pesci non si intanano più, nemmeno se non hanno altre vie di fuga, schizzano via al libero impedendo qualsiasi possibilità di tiro.
Dove si poteva pescare comodamente con un 60, max 75 ci si trova costretti ad adoperare spingarde da 100 e più centimetri di lunghezza (sempre che non si decida di fare i minatori contorsionisti con torcia e fuciletto lungo una spanna).
La maggior parte dei pescatori in apnea, principalmente quelli meno esperti, pesca combinando un misto di agguato, razzolo e aspetto. Tutto sommato la pesca in tana è sempre più riservata agli esperti: non si tratta più di affacciarsi ad un grande spacco e freddare i pesci fermi al suo interno, ora, pescare in tana, significa infilarsi quasi completamente dentro a dei pertugi angusti, incastrare il braccio ed il fucile in spazi minimi... insomma il livello tecnico del pescatore, per praticarla in sicurezza, deve necessariamente essere elevato.
Ma chi l'esperienza deve ancora farsela si trova davanti un ambiente decisamente ostile: i pesci, quando si fanno vedere, stanno lontani, pronti alla fuga e non si lasciano più “fregare” da un semplice aspetto condotto dietro un riparo.
Ciò comporta la necessità, da parte di chi comincia, di ricorrere ad armi più lunghe rispetto a quelle con cui abbiamo iniziato 15 o 20 anni fa. Un 75, pur rimanendo un fucile ideale per l'aspetto nella schiuma o per il razzolo quando è impugnato da un esperto, può non essere sufficiente per il pescatore principiante, rispetto al quale saraghi e cefali nuoteranno sempre 10, 15 cm oltre la gittata dell'arma. Ho sempre in mente un cartone animato di TOM & JERRY in cui il gatto traccia un solco sul terreno in corrispondenza della corsa massima permessa al grosso molosso SPIKE dalla catena che lo vincola alla cuccia. A quel punto, avendo cura di mantenersi oltre la linea tracciata,schernisce il cane fermandosi immediatamente fuori portata della sua mascella e colpendolo ripetutamente con una mazza da baseball.
Questa sensazione in acqua io l'ho avuta più di una volta. Il grosso maggiore scapola lo scoglietto e mi osserva. Sarà a circa 5 metri dalla punta dell'asta del mio 75. Mi abbasso nascondendomi. Compare un pizzuto, leggermente più piccolo, pare si avvicini, quando il maggiore guizza di lato ed anche il pizzuto recede. Cosa è successo? Io immagino che il maggiore abbia “comunicato” al pizzuto qualcosa di questo genere: “Attento, non vedi che ha un arbalete 75 Supersub con asta da 6,3? D'accordo che ha delle gomme da 16, ma mi sembrano parecchio tirate. Non andare MAI a meno di tre metri dalla punta dell'asta!” E quindi io mi trovo a portare delle apnee da primato davanti a due pesci che ballano la tarantella pochi centimetri al di la della gittata massima del fucile, senza mai oltrepassarla! Fortunatamente non sono un fondamentalista della pesca all'aspetto, altrimenti questi pesci particolarmente furbi non riuscirei mai a portarli a tiro: ma per chi deve fare esperienza questi pesci sono fondamentali. E' evidente che suggerire ad un principiante di cominciare con un 75 non è più un consiglio universalmente condivisibile: dipende da dove lo utilizzeremo. Se l'acqua in zona è spesso torbida potrà essere l'arma ideale... ma se non è così la scelta è da rivedere: ci vuole un fucile che consenta al novello Guglielmo Tell, quantomeno, di raggiungerla la sua “mela” argentata e squamosa. E' piuttosto frequente quindi che un principiante esordisca con un 90 o un 100. Da un punto di vista dell'utilizzo, questi fucili presentano però alcune complicazioni da mettere, fin dall'inizio, sul piatto della bilancia. Il primo problema che si riscontra va necessariamente superato con successo, per garantire che la pescata possa fruttare il divertimento desiderato: occorre caricare il fucile.
Fino a che peschiamo con un 75 (o un fucile più corto) i problemi di caricamento sono quasi sempre superabili. Se si tratta di un arbalete, mantenendo il calcio appoggiato allo sterno riusciremo ad afferrare l'ogiva semplicemente allungando le braccia: con uno sforzo accettabile l'ogiva andrà nella prima tacca.
Se abbiamo acquisito un minimo di tecnica, se siamo particolarmente nerboruti o se le gomme in dotazione non sono troppo dure, riusciremo anche a portarlo alla seconda, ma in ogni caso avremo certamente la possibilità di condurre un'azione di pesca (cosa che con il fucile scarico è decisamente improbabile). Analogamente, con un fucile ad aria compressa di lunghezza non superiore a 75 cm, il caricamento sarà piuttosto semplice: calcio del fucile sulla sommità della coscia (piegata a 90° rispetto al busto per costituire un efficace appoggio) carichino (o fiocina) impugnato sulla mano più forte ed innestato sull'asta, l'altra mano a trattenere la volata, un piccolo sforzo iniziale ed il caricamento sarà completato. Quando il fucile da caricare però è lungo la situazione si stravolge. La mia esperienza a riguardo è tragica. Ho sempre pescato con dei 70 ad aria, arrivando ad un 75, sempre ad aria, poco prima della maggiore età: era il fucile lungo, con cui si poteva sparare al libero! Poi tre o quattro anni più tardi gli amici mi regalarono un arbalete 100: era il fucile dei sogni, l'Apache del modello con cui Renzo Mazzarri aveva vinto i Mondiali.
Non sono un orco, ma non mi ritengo certamente gracilino, e non lo ero nemmeno allora.
Nella prima battuta di pesca con “il lungo” non sono stato in grado di caricarlo: mi sembrava di dover trainare un camion con la sola forza delle braccia.
Arrivavo a pochi centimetri dalla prima tacca, vibravo un po', in seguito alla forte contrazione muscolare isometrica, e poi cedevo. A riva sconsolato ho cominciato a fare delle prove: sfortunatamente non avevo nessuno che fosse in grado di insegnarmi la tecnica di caricamento ed ho dovuto apprenderla a suon di frustate sulle dita e di strisciate del calcio sulla pancia e sul petto. Il risultato è che ho imparato prima a portarlo alla prima tacca (la seconda tacca rimaneva solo una illusione, una speranza) e poi, acquisita una maggiore dimestichezza sono diventato un fanatico delle gomme durissime, che per caricarle diventi cianotico! Alcuni dei miei fucili (in primis il 79) montano gomme che sono esattamente al limite delle mie capacità fisiche di caricamento: alcuni giorni in cui sono un po' stanco non sono in grado di portarli alla seconda tacca. Ma il risultato balistico è strepitoso e quindi ritengo accettabile lo sforzo. Tornando al mio primo 100 la tecnica che ho “inventato” era la seguente: calcio appoggiato circa all'altezza dell'ombelico e punta del fucile rivolta verso l'alto (a formare un angolo acuto con il mio busto), afferravo l'ogiva con l'indice della mano destra applicando una prima trazione leggera. Grazie a questo primo gesto, la gomma di sinistra arriva a portata della mano sinistra con cui l'afferro, sfilo l'indice destro ed afferro anche la gomma destra. Finora nulla di strabiliante. Se da questa posizione si prova a caricare si scopre però che è impossibile! La direzione dello sforzo (una corsa quasi verticale, parallela al busto, delle mani verso la pancia) è tale per cui, in corrispondenza degli ultimi centimetri, tutti i muscoli coinvolti lavorano in condizioni particolarmente sfavorevoli: non si tratta di carenza di forza, ma di una sorta di punto morto nel quale non siamo in grado di sfruttarla. Il trucco è abbassare lentamente la punta del fucile fino a portarlo a formare un angolo poco inferiore ai 90° rispetto al busto. Adesso è possibile sfruttare i dorsali in trazione, come se stessimo lavorando ad un vogatore. Non solo il fucile era carico alla prima tacca, non avevo nemmeno fatto fatica! Dalla prima alla seconda il concetto è il medesimo: il calcio va posizionato in alto, in modo da mantenere il fusto perpendicolare al busto. In questa configurazione sono sempre i dorsali (muscoli grandi e forti) a contribuire maggiormente allo sforzo. Un consiglio può essere quello di fare diverse prove: non sempre il centro dello sterno è la posizione migliore, ad esempio io mi trovo meglio tenendo il calcio leggermente più basso, poco sopra la bocca dello stomaco perché in questo modo mi è possibile abbassare la punta un po' oltre i 90° rispetto al busto, permettendomi di tirare le gomme leggermente verso l'alto, direzione in cui faccio meno fatica. Bisogna però fare attenzione perché in questo modo è facile che il calcio possa scivolare sul petto, se non manteniamo la corretta posizione del busto, con il rischio di strappare la muta o di centrare il mento con l'impugnatura. Con questa tecnica ho caricato di tutto senza problemi, da un 130 doppia gomma (entrambe da 20 e particolarmente estreme) al mio 79 da guerra. Il vantaggio di acquisire la tecnica di caricamento in seguito ad errori ed esperienze dirette, è che ora eseguo le operazioni in maniera totalmente automatica, senza pensarci minimamente. Alla meccanizzazione del procedimento sono arrivato in seguito a due giacche strappate, un dito con una ferita sul lato, profonda fino all'unghia, ed un po' di lividi vari. Credo quindi che i precedenti consigli a chi comincia possano essere graditi! Se il lungo è un pneumatico, la situazione può essere ancora più complicata, in primo luogo perché l'asta è sottile e potrebbe flettersi in seguito al carico di punta applicato alla stessa (è compressa tra il carichino ed il pistone). Inoltre la volata va tenuta ferma con una mano per evitare che spostandosi possa innescare un disassamento della spinta con conseguente vanificazione del tentativo di caricamento. Se il lungo è “molto lungo” può essere necessario appoggiare il calcio nell'incavo formato tra il dorso del piede e la tibia, sulla parte anteriore della caviglia, la volata sarà afferrata con una mano circa all'altezza dell'anca ed il carichino sarà appoggiato sulla punta dell'asta e trattenuto dall'altra mano con braccio completamente disteso (in certi casi sarà necessario un carichino con la prolunga). Teoricamente l'operazione di caricamento del pneumatico è più lineare, più semplice.
Se però il fucile ha una precarica elevata gli ultimi centimetri, prima di accoppiare il pistone al dente di sgancio, saranno una via crucis: le braccia lavorano in condizioni di leva sfavorevole e faticano ad imprimere la forza necessaria al caricamento; in tal caso può essere molto utile aiutarsi con la gamba. Piegando e raccogliendo verso il corpo la gamba, sul cui piede poggia il calcio del fucile, si favorisce, da un lato, il caricamento e, dall'altro, si sposta verso l'alto la volata permettendo ai muscoli delle braccia di lavorare in condizioni di maggiore comodità. Attenzione a tenere sempre la testa lontana dalla potenziale direzione dell'asta: è raro, ma se scappa la presa del carichino, è meglio che l'asta termini la sua corsa sul fondale che non sulla guancia! Ma finora l'azione di pesca non è ancora iniziata. Il secondo problema che riscontreremo è legato al fatto che la nostra presenza sarà preannunciata al mondo marino da almeno mezzo metro di fusto mulinato maldestramente. Scendere sul fondo con un 100 è assolutamente diverso che farlo con un 75: se sbagliamo l'allineamento dell'arma possiamo correggerlo istantaneamente con un corto, con il 100 l'operazione sarà più complessa. Mentre scendiamo, inoltre, il 100, anche se lo teniamo con braccio rannicchiato sporgerà troppo dalla nostra sagoma e sarà immediatamente identificato dai famosi “pesci furbi”. L'ideale è scendere impugnando il fucile al contrario (il retro dell'impugnatura appoggiato sul palmo della mano richiusa attorno all'impugnatura stessa), cosicché il fusto sia adagiato lungo il corpo (dall'anca alla spalla) e sporgano dalla nostra sagoma solo la testata e l'asta. Poco prima di raggiungere il fondo dovremo ruotare l'impugnatura (con il solo ausilio della mano che la trattiene), afferrarla correttamente e allungare lentamente il fucile sfruttando qualche riparo per nasconderlo alla vista dei pinnuti. Bene, il fucile è carico, siamo sul fondo ed impugniamo una spingarda in grado di trafiggere un pesce a 3 metri dalla punta. Il gioco è fatto! Purtroppo accade che i pesci, non percorrano la corsia di accesso ideale alla zona di “attività” del fucile e quindi ci si trovi con un'orata che ci osserva ferma a due metri dalla punta, sulla sinistra della stessa però.
Col 75 avremmo semplicemente forzato la rotazione e sparato. Con un 100 (o più) ruotare il fucile a braccio teso, facendo perno sulla spalla, ad una velocità utile a finalizzare una cattura, è impossibile. Con alcuni fucili sarà più complesso, con altri più semplice, in ogni caso si tratta di una operazione che porta rarissimamente ad un risultato utile. Con i lunghi si ruota il fucile facendo perno sul polso: questa operazione va imparata il prima possibile, impararla davanti alla “spigola della vita” è sicuramente più improbabile e perdere una grossa spigola mette generalmente di cattivo umore. Bisogna pensare ad un camion a rimorchio che fa manovra. La motrice si muove sterzando a destra per mandare la parte anteriore del rimorchio a sinistra: in pratica si eseguono dei movimenti per portare il rimorchio in una posizione dalla quale poi con una semplice trazione o con una spinta (senza ulteriori sterzate quindi) sia possibile dirigerlo nella direzione desiderata. Con il fucile è esattamente la stessa cosa! Ho il braccio teso ed il fucile in posizione, l'orata è di poco a sinistra rispetto alla direzione dell'asta: devo quindi piegare il polso e portare la mano (e l'impugnatura) a destra. Il fucile ruoterà, pressappoco attorno al suo baricentro, e la punta si orienterà a sinistra.
Spingendo in avanti il fucile questo si allineerà all'orata (se non si è mossa durante la “manovra”). E' importante considerare che a seconda della lunghezza del fucile potrà essere necessario amplificare o smorzare la rotazione attorno al baricentro del fucile, perché quando raddrizzeremo il polso con un fucile molto lungo la punta di quest'ultimo tenderà a ritornare un po' indietro (in termini di rotazione) rispetto a dove era arrivata; con il corto invece questo sostanzialmente non accade. Questa tecnica di orientamento dell'arma, sebbene macchinosa, è quella che innesca i minori fenomeni vibrazionali dell'arma (e quindi che allerta meno i pesci) e che permette gli allineamenti più rapidi. Non è immediata ma una volta acquisita la si esegue con estrema naturalezza...
Il maledetto maggiore e la pessima orata ora non hanno più alcuno scampo! O meglio non l'avrebbero se non fosse che analizzata con cura la nostra nuova arma si sono spostati circa un paio di metri più lontani, continuando a schernirci. Il pizzuto (che già in precedenza aveva dimostrato di non essere particolarmente arguto) giunto in ritardo, però, potrebbe non essere altrettanto scaltro, cadendo preda della nostra lunga spingarda. Per finire, non dimentichiamoci che abbiamo scelto il fucile lungo perché ha una gittata superiore: l'incremento di potenza dell'arma sarà indubbiamente sufficiente alla finalizzazione della cattura del pesce lontano, ma sarà altrettanto potente quando si schianterà sul blocco di granito dietro al pesciotto. Ricordatevi quindi di mettere nel borsone una limetta, che sicuramente sarà utile, e di portare qualche asta di riserva. Pescare con il lungo comporta qualche inevitabile perdita sul campo di battaglia...