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  _Gli Articoli di Michele Rubbini  
     
     
 
 

 
   
   

Con le pinne, fucile ed occhiali, quando il mare è una tavola blu...

Ma quando non è propriamente una tavola blu?
Se è grigio topo, con 5 centimetri di schiuma bianca dove frange l'onda? Se voglio buttarmi nell'abisso di una secca al largo?

Purtroppo è necessario rassegnarci al fatto che la quantità di pesce presente nelle zone che possiamo frequentare (cioè i pochi tratti di costa che risultano essere liberi da Aree marine Protette, Ordinanze Balneari, fasce di rispetto Militare o corridoi nautici...) è sempre minore; quei pochi pesci sono scaltri e spesso non ci permettono neppure un avvistamento.
Per poter sperare di portare a casa almeno una preda (una gratificazione su cui non possiamo sempre contare) dobbiamo tuffarci nelle migliori condizioni possibili.

A fianco ad una preparazione atletica sufficiente dovremo anche essere correttamente disposti e motivati sul piano tecnico; solo in questo modo potremo finalizzare le nostre azioni di caccia.

   
 

In quest'ottica anche l'attrezzatura di cui disponiamo gioca un ruolo fondamentale.
Dobbiamo poterci muovere liberamente in acqua senza alcun problema di freddo o infiltrazioni di acqua: la muta deve vestire perfettamente, essere realizzata in un materiale morbido e confortevole ed avere uno spessore commisurato alla temperatura dell'acqua.
A seconda del tipo di pesca che intendiamo intraprendere dovremo avere una pinna che ci garantisca le migliori prestazioni possibili senza mandare in eccessivo affaticamento il nostro motore (le gambe).
L'ultimo punto è particolarmente interessante e merita un approfondimento.

Sotto costa con mare calmo
L'agguato nell'immediato sotto costa, magari all'alba o al tramonto, quando il mare sembra un enorme tavolo di marmo, è una tecnica particolarmente emozionante.
Una volta raggiunta l'area di pesca avanzeremo per lo più tirandoci con la mano libera e facendo capolino da ogni dosso e da ogni scoglietto affiorante nella speranza di incontrare qualche pesce intento a  mangiare.
Per questo tipo di attività le pinne ideali non esistono: potremmo infilarci ai piedi anche un paio di infradito, riuscendo comunque ad ottenere un risultato apprezzabile.
Le pinne in questo caso possono giocare un ruolo importante se la costa non si presta integralmente ad essere battuta: se tra due pareti rocciose interessanti è interposta una baietta sabbiosa dovremo attraversale rapidamente senza affaticarci.
Per il nuoto in superficie occorrono delle pinne che presentino una corretta inclinazione tra la pala e la scarpetta, questo per garantire che i movimenti dei piedi si traducano in una continua azione di spinta da parte delle pale: se la pala non presenta alcuna inclinazione rispetto alla sua porzione compresa nella scarpetta parte del movimento delle gambe è vanificato perché ad esso corrisponde un'azione della pala secondo una direzione non ottimale.
Per quanto riguarda le caratteristiche meccaniche dei materiali credo che la scelta sia da determinarsi tenendo in considerazione moltissimi parametri soggettivi: per alcuni i polimeri potrebbero essere superiori anche al miglior composito  nel nuoto superficiale a bassa velocità e senza corrente. In questi casi la caratteristica che noteremo maggiormente è il comfort, meno fatica faremo e più ci sentiremo appagati dalla pinna che utilizziamo.
Nel caso si scelgano materiali compositi quindi sarebbe ideale disporre di pale molto morbide, ad elevatissima flessibilità: il loro movimento sinuoso nell'acqua ci garantirà una buona spinta senza affaticare le gambe.
Per chi pratica solo questo tipo di pesca credo possa essere ritenuto superfluo l'acquisto di pale in composito... è anche vero che praticamente impossibile adottare questa tecnica su qualsiasi tipo di costa e quindi un oggetto polivalente è il migliore compromesso.
L'unica nota a favore del composito in questa situazione (in particolare, ma il discorso può essere generalizzato nel confronto composito – polimero) è il numero di pinneggiate necessarie per percorrere una certa distanza. Il composito infatti, presentando un rendimento meccanico superiore permette di fare meno fatica nei tragitti lunghi a nuoto. Dovendo percorrere tratti lunghi per raggiungere la zona di pesca può essere che valga la pena di prendere in considerazione il composito che ci permetterà di iniziare a pescare (dopo il lungo tragitto per raggiungere l'obiettivo) con le gambe ancora fresche.

Sotto costa con onda frangente

Supponiamo di scendere in mare in fase di mare montante o durante una scaduta.
La forza delle onde non sarà mai quella che si presenta durante la tempesta ma dovremo affidarci ad una pinna molto prestante.
In primo luogo va ricordato che la pinna da sola sarà insufficiente: dovremo avere una piombatura ideale per restare fermi sul fondo alla profondità prevista per l'azione di caccia. Con mare mosso, se siamo eccessivamente positivi, ci muoveremo come bandiere ad ogni onda e renderemo impossibile l'azione di pesca;  qualora la pesata fosse invece eccessiva sarà assolutamente impossibile ventilarci a dovere perchè per mantenere la superficie saremo costretti a mulinare di continuo le gambe provocando un certo affaticamento che non si coniuga alla perfezione con il necessario rilassamento abbinato alla ventilazione.
Credo che queste condizioni di pesca sia altrettanto gravose di quelle tipiche di tecniche più blasonate praticate a grandi profondità: le onde ci scuoteranno di continuo, rischieremo di sbattere contro agli scogli, l'unico modo per evitare questi problemi è disporre di pinne estremamente  reattive che, in caso di necessità ci consentano di spostarci rapidamente.
Non va dimenticato che quando il mare sta montando (specie se il fenomeno è provocato dalla presenza  di forti venti)  si innescheranno dei fenomeni di forte corrente lungo la costa: la massa d'acqua è sospinta dall'azione del vento verso una particolare zona della costa in via principale, l'accumulo in questa zona determina un flusso continuo di acqua in allontanamento dalla stessa.
Non è raro che la corrente abbia un andamento sostanzialmente vorticoso: al largo presenterà una direzione, vicino alla costa una direzione opposta. In questi casi è possibile  rimanere spiazzati: si sceglie di effettuare il percorso di andata stando vicini a riva (visto che il mare non è ancora troppo agitato) e ci si trova a dover vincere una debole corrente contraria.
“Poco male, durante il ritorno questa debole corrente mi aiuterà a raggiungere il punto di partenza.”
Poi quando si decide di rientrare si scopre di essere in un punto in cui la corrente è cambiata, entra la corrente contraria dal largo proprio da lì.
Tornare seguendo il percorso al largo è impossibile perché la corrente sembra un fiume in piena che ci investe, mentre nel sotto costa le onde sono così alte da creare una situazione di vero pericolo.
Che fare?
Entrambe le vie del ritorno impongono di sottoporre le gambe ad un superlavoro, ma questo non basta: è necessario che le pinne che indossiamo siano a livello della situazione.
Innanzitutto per muoversi in queste condizioni è necessario che le pale siano sufficientemente  elastiche da sopportare efficacemente i continui passaggi tra massimo carico ed assenza dello stesso dovuto al moto ondoso. Le deformazioni saranno anche di entità rilevante e quindi è necessario disporre di pale che non presentino alcun rischio di snervamento.
Le vecchie pale in polimero, per intenderci, sono assolutamente sconsigliabili; alcuni nuovi prodotti con pale in materiale polimerico presentano invece ottima risposta elastica e tollerano deformazioni importanti senza subire alcun danno.
E' ovvio che il composito, nelle condizioni estreme, è la scelta migliore.
Una pala a base di fibra di carbonio, ad esempio, presenta un comportamento elastico eccellente anche nel caso sia sottoposta a deformazioni esagerate.
Un po' in controtendenza con quelle che sono le linee guida abituali degli apneisti, in queste condizioni la pala ideale deve essere mediamente dura.
Se è vero che con una pala dura si affaticano maggiormente i muscoli delle gambe è anche vero che con una pala dura si possono vincere correnti impetuose (sempre che la condizione atletica del nuotatore lo permetta).
Con una pinna in fibra di carbonio piuttosto dura è possibile nuotare contro corrente, ma è anche possibile sottrarsi allo sferzare delle onde quando si nuota nell'immediato sotto costa.
Infatti in questa condizioni è necessario eseguire continue ed istantanee correzioni di rotta, per evitare un'onda che ci sbatterebbe contro una roccia o per vincere l'azione della risacca. Un colpo di pinna deve essere sufficiente a spostarmi di un metro o due, quel tanto che basta per evitare il pericolo.
E', a mio avviso, fondamentale che le pale presentino dei bordi guida acqua piuttosto pronunciati: evitare che la pinna svergoli sotto l'azione di una spinta possente (necessaria per avanzare), combinata con le pressioni esercitate dalle onde e dalla corrente, è una caratteristica imprescindibile.
Il rovescio della medaglia: pinneggiare a ritmi forsennati con delle pale dure significa essere a rischio crampo.  Un crampo in quelle condizioni di mare costituisce un problema sostanzialmente insormontabile!!!
Un motore turbo permette prestazioni superiori a quelle di un equivalente sprovvisto della turbina: ma quando la turbina entra in funzione l'auto consuma decisamente di più.
Quindi, se non siamo certi della nostra condizione atletica evitiamo completamente di scendere in acqua.  Non va inoltre dimenticato che l'insorgere dei crampi è legato anche a possibili carenze nella nostra alimentazione: se pretendiamo prestazioni di alto livello dal nostro corpo, quindi, dobbiamo fornirci di attrezzature consone  e, contestualmente, utilizzare “benzine” di prima qualità. Quindi non sottovalutiamo mai l'alimentazione: se desideriamo poter pescare in ogni condizione di mare dobbiamo assumere un'alimentazione varia, ricca di frutta e verdura in modo da assumere la giusta quantità di sali minerali. Togliamoci quindi dalla mente l'idea che basti mangiare una banana ogni tanto per tenere lontani i crampi.


Pesca in profondità (aspetto o agguato)
Consideriamo che, quando va bene, ci separano circa 20 m dal luogo in cui cominceremo la nostra azione di caccia. La nostra azione di caccia si svolge sul fondale ed è lì che dobbiamo essere attivi e perfettamente operativi. Le operazioni di trasferimento, dalla superficie al fondale e viceversa, sono “tempi morti”, non fanno parte dell'azione di caccia: durante le operazioni di trasferimento quindi dobbiamo spendere la minore quantità di energia possibile muovendoci con il migliore rendimento energetico.
In primo luogo è fondamentale conoscere preventivamente la profondità alla quale si intende operare. La pesata va infatti decisa in funzione della quota operativa: è necessario raggiungere il fondo con una lenta planata e non come se fossimo l'ancora di uno Yacht. Va ricordato che è molto comodo poter contare sulla spinta di galleggiamento della muta in fase di risalita, ma se questa spinta presentasse qualche componente residua quando siamo adagiati sul fondo durante un aspetto dovremmo trattenerci al fondale perdendo sicuramente parte del nostro proverbiale mimetismo.
Quando si opera in profondità si è tutti concordi nel convenire che le pale in composito offrono qualcosa in più. Mi spingo oltre sottolineando che è l'intera pinna l'attrezzo che ci permette di raggiungere determinate quote in tranquillità: quindi è fondamentale che tutti i componenti (quindi la pala e la scarpetta) siano studiati per ottimizzare la spinta e minimizzare le dispersioni di energia (in seguito analizzeremo più nello specifico anche le caratteristiche delle scarpette).
Abbiamo già parlato, in alcuni articoli precedenti, del fatto che il comportamento elastico tipico dei compositi in carbonio garantisce all'utilizzatore di sfruttare più efficacemente la sua azione motrice. In particolare può essere opportuno analizzare la sequenza di azioni che si succedono durante le fasi di discesa e risalita.
Fatta la capovolta le pinne arrivano ad essere completamente immerse: è necessario eseguire le prime falcate con lo scopo di cominciare a scendere. Queste prime spinte dovranno essere poderose: la spinta di galleggiamento dovuta all'assetto positivo ci contrasterà nella discesa ed in particolare nei primi metri sarà particolarmente vigorosa.
Mano a mano che scendiamo possiamo ridurre l'intensità della pinneggiata fino a che non arriveremo ad essere neutri: l'abbrivio dovuto alla fase di discesa preimpostata ci consentirà, a questo punto di continuare la discesa senza necessitare più di alcuna azione propulsiva.
Le pinne si comporteranno come dei timoni direzionali: le dovremo orientare in modo da permetterci di cambiare direzione e di farci planare verso il punto scelto per toccare il fondale.
Il movimento delle pinne in queste fasi è molto importante, deve essere minimo ma efficace: la presenza dei bordi canalizzatori delle pale ci permette di scongiurare gli eccessivi sbandieramenti (la forma stessa della pinna e dei bordi guida acqua è tale da mantenerla costantemente convogliata in una direzione).
L'azione di pesca che si svolge sul fondale non richiede generalmente un contributo propulsivo importante da parte delle pinne: ci si trascina con la mano libera per piccoli tratti e si cerca per lo più di restare nascosti facendo capolino per incuriosire la nostra preda.
Quando l'apnea volge al termine è necessario impostare la fase di risalita.
Anche qui le prime pinneggiate sono le più importanti: è necessario vincere la gravità e la nostra condizione di staticità. Una volta avviata la risalita avremo un progressivo alleggerimento del lavoro a cui sono sottoposte le gambe, ma i primi due colpi di pinna dovranno necessariamente essere poderosi.
C'è chi preferisce pinne molto morbide per pescare profondo: in fase di risalita la pinna si deforma assumendo una curvatura sostanzialmente sinusoidale, è come se l'acqua costituisse una sequenza continua di piani inclinati su cui la pala si impegna, di volta in volta, risalendo.
E' indubbiamente una tecnica efficace, specie se si adotta una pinneggiata a falcata molto ampia e piuttosto lenta.
In alternativa, con una pala più dura, con due pinneggiate potenti ci si accorgerà di avere percorso distanze incredibili. Il rovescio della medaglia è che lo sforzo a cui saranno sottoposte le gambe sarà decisamente superiore; forse proprio per questo motivo le pinne con pala piuttosto dura non godono di una grande successo, occorre avere una preparazione atletica di discreto livello per apprezzarne le caratteristiche senza trovarsi eccessivamente affaticati.
Dal mio punto di vista credo che la “virtù stia nel mezzo”: una pala di durezza intermedia garantisce un'ottima spinta e permette di esercitare anche pinneggiate a falcata stretta e frequenza sostenuta senza affaticare eccessivamente. Analogamente, se utilizzata con falcate ampie e lente consente  di riprodurre, sebbene con minore precisione di quella di una pala extra-soft, la curvatura a sinusoide ed il comportamento di scivolamento su piani inclinati.
Una piccola curiosità: non so se vi è mai capitato di smontare una pala da una scarpetta e montarla su un'altra scarpetta. Noterete che la sensazione che avvertirete alle gambe è notevolmente differente: una pala piuttosto dura su una prima scarpetta potrebbe risultare più soft sulla seconda. L'attrezzo nel suo complesso assume caratteristiche meccaniche specifiche in funzione delle giunzioni tra le sue parti ed in funzione delle caratteristiche meccaniche di ogni sua parte: cambiare un elemento della catena determina un cambiamento complessivo dell'intero gruppo (in questo caso dell'intera pinna).

Pesca in caduta e pesca nel blu
Sebbene questi due tipi di pesca siano sostanzialmente differenti presentano alcuni punti in comune tali per cui il carico cui sono soggette le pinne è paragonabile.
In primo luogo non si entra in contatto con il fondale: le pale quindi potrebbero essere potenzialmente lunghe più del normale senza per questo creare alcun problema all'utilizzatore (gestire una pinna molto lunga mentre si è appoggiati sul fondo è scomodo in quanto questa finisce per sbattere ed incastrarsi un po' ovunque).
Inoltre entrambe questi tipi di pesca sono indirizzati su prede si mole: la fase di recupero deve quindi prevedere un'azione di contrasto alla fuga del pesce. Conquistare la superficie quando un pesce di buone dimensioni (anche senza andare sui mostri marini, già con un pesce di 8/10 kg che nuota contro la risalita non è certo agevole) desidera togliersi di dosso l'asta è un'impresa complessa, perché è necessario dosare la sagola liberata dal mulinello per garantire che il pesce rimanga costantemente in tensione, ma evitare che subisca una trazione eccessiva che potrebbe provocare delle lacerazioni.
Se poi il pesce è di taglia XXL i problemi si ingigantiscono con lui: sarà in grado di trascinarci sott'acqua e lo potremo contrastare solo a forza di pinne.
Chi pesca unicamente nel blu come Riccardo Andreoli preferisce adottare pinne mediamente dure proprio perché queste sono l'unico modo di contrastare efficacemente i giganti del mare: è ovvio che Riccardo non si cimenterà mai nel tiro alla fune con un marlin, ma è altrettanto vero che per gestirne la fuga necessiterà di pinne potenti e scattanti.
Se in zona ci sono delle risalite, o degli elementi su cui la preda potrebbe strusciarsi per cercare di liberarsi dall'asta, possiamo stare certi che ci si dirigerà di gran carriera. In tal caso le pinne dovranno permetterci di deviare la direzione della sua fuga per mantenerlo lontano dai punti pericolosi.
Ci tengo a sottolineare che ho detto deviare la sua direzione di fuga e non contrastarla opponendoci alla stessa. Se non abbiamo una certezza assoluta del perfetto stato in cui si trovano il monofilo dell'impiombatura, la sagola del mulinello e l'asta nel corpo del pesce, non possiamo pensare infatti di opporci al nuoto della preda perché solleciteremmo troppo i componenti.
E poi, per quel poco che mi ricordo (purtroppo mi è capitato solo una volta di prendere un pescione con la P maiuscola) impedire ad una preda di 25 o più kg di andare dove vuole non è un'impresa facile: molto meglio accompagnarla cercando di deviare la sua traiettoria di fuga per schivare gli ostacoli pericolosi. Solo quando sarà sfiancata potremo permetterci di contrastarla senza temere di perderla.
Ma torniamo alle pinne, anche se il tuffo quindi non presenta particolari difficoltà e visto che la distanza dal fondale rende improbabile un urto delle pinne su superfici dure, potremmo permetterci, potenzialmente, di utilizzare anche prodotti studiati per l'apnea profonda che garantiscono delle spinte ottimali senza stancare particolarmente le gambe.


Le pinne da apnea profonda sono normalmente più lunghe di quelle pensate per la pesca e presentano una morbidezza impressionante: nell'apnea pura non sono previsti movimenti bruschi, accelerazioni istantanee per contrastare il moto ondoso o per sfuggire ad un'ondata.

Quindi la flessuosità della pala è pensata proprio allo scopo di aumentare al massimo il rendimento di pinneggiata quando non si verifica alcun fattore esterno a perturbare l'azione.
A conti fatti, la ricciolona attaccata al fucile che nuota all'impazzata in tutte le direzioni potrebbe essere una perturbazione non gradita alle pinne da apnea. Si passerà infatti da momenti in cui le pinne devono effettuare un lavoro intenso per rallentare la fuga del pesce ed altri momenti in cui non sono sottoposte ad alcun carico in quanto il pesce è fermo o sta addirittura nuotando nella nostra direzione.
Quindi io scarterei le pinne da apnea e tornerei ad un prodotto specifico per la pesca, più reattive, un po' più rigide ma perfette per contrastare la fuga di una grossa preda.
In merito alla situazione di fuga della preda credo sia nuovamente importante sottolineare il ruolo fondamentale giocato dai profili guida acqua: mantenendo costantemente guidate le pinne durante le falcate impediscono lo sbandieramento delle stesse che determina una grande dispersione nell'azione di spinta. Va considerato che contrastare un pesce di grosse dimensioni è più faticoso che portare un superficie una grossa ancora o nuotare contro corrente: è fondamentale che le pinne siano adatte a sopportare un carico di lavoro molto intenso ottimizzando la resa e disperdendo la minore quantità di energia possibile.

Le scarpette
Un discorso a parte, valido sostanzialmente per tutte le situazioni prese in esame, riguarda le scarpette.
Una pinna che presenti una calzata scomoda non ci permetterà di pescare serenamente. Pinneggiare, specie se in condizioni gravose (controcorrente, mare mosso) è un'azione che sollecita moltissimi muscoli e se alcuni di questi lavorano in una condizione scomoda o lontana dai necessari canoni di ergonomia saranno rapidamente soggetti a crampi o indolenzimenti.
Credo che sia capitato a tutti di avere un crampo ad un piede, è un problema del tutto secondario, a meno che non si verifichi quando abbiamo bisogno di una spinta efficace per sottrarci ad una situazione potenzialmente pericolosa...
Dobbiamo scegliere una scarpetta nella quale il nostro piede sia particolarmente comodo, che non subisca deformazioni durante la pinneggiata e che non stringa eccessivamente.
Le deformazioni che si verificano durante la pinneggiata sono quelle che determinano gli indolenzimenti a lungo andare e quindi sono in assoluto il problema più grave di una scarpetta.
Tra l'altro una scarpetta che flette disperde energia e quindi ci permette di sfruttare male le potenzialità meccaniche della pala ad essa associata. Recentemente Seatec ha realizzato una scarpetta con soletta rigida, lo scopo di questo prodotto è proprio di accrescere il comfort di calzata ed aumentare il rendimento meccanico della pinneggiata: una scelta veramente oculata.
In precedenza l'unica scarpetta che presentava una soletta estremamente rigida sino al tallone (perché quasi completamente costituita dalla porzione iniziale della pala) era quella prodotta da C4 ed adottata sui modelli Mustang, Fuego e Wahoo.
Un altro punto importante che va necessariamente segnalato è che la scarpetta in qualche modo assolve anche a compiti di coibenza termica: i piedi sono una delle zone più fredde del nostro corpo, una scarpetta troppo stretta peggiora la circolazione sanguigna e contribuisce all'insorgere della sensazione di freddo. Una scarpetta troppo lasca, invece favorisce lo scambio di acqua al suo interno e lascia il piede costantemente avvolto da acqua fredda.
Anche in questo caso le scarpette che presentano la conformazione più adatta al nostro piede saranno quelle che ci permetteranno di resistere per più tempo in mare senza raffreddarci eccessivamente: a tal scopo ci tengo a ricordare che esistono alcuni modelli di scarpetta che non presentano alcuna apertura in punta (in corrispondenza delle dita), questo consente a chi le utilizza di ridurre lo scambio di acqua nella scarpetta permettendo al piede di rimanere caldo più a lungo.

 

Michele Rubbini - Bologna
tecno@bluworld.com