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_Posta Tecnica
Michele Rubbini: nato a Bologna nel 1974, residente a Zola Predosa BO.
Professione: Ingegnere-Consulente in Proprietà Industriale.
Hobby: pescasub (ovvio), muay thai (sono istruttore federale da una decina di anni) e sci. -
tecno@bluworld.com

I LUNGHISSIMI

Quelle che per la maggior parte dei pescatori in apnea sono condizioni da sogno, solo raramente ipotizzabili, in qualche raro caso si verificano (per fortuna!!!). Parlo di quando abbiamo la possibilità di immergerci in acqua perfettamente cristallina e visibilità apparentemente illimitata in tutte le direzioni. Sono condizioni che si verificano solamente quando possiamo di immergerci sulla sommità di una secca al largo, in piena estate, su un banco o nei mari tropicali , per quei pochissimi fortunati che si regalano vacanze di pesca. Le condizioni cui mi riferisco in questa analisi sono estreme, l’eventuale ottima visibilità che possiamo trovare nel sottocosta non rientra tra queste, perché la conformazione del fondale ed il comportamento timoroso dei pesci (abituati ad incontrare l’uomo) impongono l’adozione di armi commisurate a tali condizioni e non semplicemente scelte sulla base della visibilità. Infatti è impensabile pensare di pescare nel sotto costa con un cannone multi elastico o con un pneumatico enormemente precaricato: la difficoltà di allineare una sagoma in fuga tra le rocce è particolarmente evidente se utilizziamo un fucile poco brandeggiabile; anche scoccare un tiro potentissimo sulla preda diventa complicato, se sullo sfondo si stagliano grossi massi granitici, pena la distruzione dell’asta.

Per questo tipo di pesca, abbastanza comune in estate, è comodo utilizzare fucili facilmente brandeggiabili, di potenza “standard”, la cui lunghezza sia, magari, leggermente abbondante. Durante alcune pescate estive in Sardegna e durante una settimana di pesca a Lampedusa (lo scorso ottobre) ho utilizzato, con soddisfazione, questo tipo di attrezzatura. Pescavo infatti con un 119 a singola coppia di gomme. In pratica la maggiore lunghezza, rispetto ad un fucile tipico per questo tipo di pesca quale potrebbe essere un 100 mono gomma, mi consentiva tiri decisamente più lunghi su bersagli nervosi, che non avrebbero concesso la riduzione ulteriore della distanza che ci separava.

Per scelta personale le gomme adottate erano piuttosto corte, ma l’eventuale scontro con uno scoglio era gestibile: pescando infatti prevalentemente con tiri lunghi, accadeva che l’asta colpisse la roccia solo a notevole distanza, quando aveva perso già parecchia energia. E’ chiaro che questa soluzione preclude in via assoluta l’esecuzione di un tiro in tana, ma, statisticamente, mi ha consentito di portare a termine parecchie catture che con il classico 100 non sarebbero state possibili, facendo propendere la mia scelta proprio sul 119 mono gomma in via definitiva.

C’è chi adotta la propulsione con gomme multiple anche su fucili di lunghezze medie (ad esempio un 90 o un 100) per la pesca nel sotto costa. Dal canto mio ritengo che, quando possibile, sia meglio adottare un fucile semplice da usare: l’incremento di attività preparatorie, dovuto alla seconda gomma, lo trovo giustificabile solo quando necessitiamo di prestazioni al limite per prede “speciali”. Quindi piuttosto che un 100 doppia gomma preferisco adottare un 119 a gomma singola. Tra l’altro la doppia gomma trova la migliore delle sue applicazioni se si adottano aste da 7 mm: aste di massa elevata, il cui impatto shocka la preda. Positivamente le stesse subiscono poco gli effetti di inflessione e serpeggiamento nelle prime fasi del tiro. Il problema è che questo tipo di aste, se avviene un urto con uno scoglio durante la corsa, si danneggia gravemente: potrà accadere che non si flettano in maniera permanente, ma di certo la punta si distruggerà.

Quindi, pur essendo vero che con alcuni 100 doppia gomma si possono ottenere prestazioni paragonabili a quelle di un arbalete di lunghezza superiore (ma a gomma singola), è altrettanto vero che la punta dell’asta di quello più lungo, negli scontri con le rocce a fine corsa, subisce mediamente minori danni (non è una regola, ma statisticamente...). Siccome ritengo che il tagliente della punta dell’asta sia un grande alleato, specie nei tiri lunghi, evito i fucili a doppia gomma nel sotto costa. Tra l’altro, sempre con particolare riferimento a tiri scoccati su bersagli molto distanti, il mio fucile a gomma singola, di lunghezza superiore, consente un allineamento facilitato del bersaglio, proprio perché è più lungo. La reazione dell’arma al momento del tiro, inoltre è decisamente più composta e prevedibile, rispetto a quella di un fucile a doppia gomma, proprio perché le due gomme produrranno una spinta complessiva superiore, con lo scopo di sopperire alla minore lunghezza dell’arma che le monta.

Volendo brevemente analizzare il moto dell’asta rispetto alla contrazione degli elastici nei due fucili, si verificheranno due situazioni sostanzialmente differenti: - nel 100 doppia gomma, al momento dello sgancio, la contrazione complessiva delle due gomme comporterà una forte accelerazione, quasi istantanea, dell’asta; le gomme raggiungeranno il loro punto di massima velocità dopo un breve tratto (a seconda del comportamento delle gomme questo tratto potrà essere compreso tra pochi cm fino anche a 20/25 cm) da qui in poi le gomme rallenteranno vistosamente, mentre l’asta, che avrà acquisito grande energia cinetica, procederà con una velocità prossima alla velocità massima raggiunta dalle gomme, rallentando lungo la sua corsa a causa degli attriti e della resistenza idrodinamica; - nel 119 a gomma singola, al momento dello sgancio la gomma si contrarrà (anche in questo caso con una legge di moto dipendente dalle sue caratteristiche chimico fisiche) fino al punto di massima velocità; da questo punto in poi si assisterà ad un rapido rallentamento delle gomme (o meglio dell’ogiva) ed alla prosecuzione del moto dell’asta lungo la traiettoria di mira con velocità decrescente. La lunghezza decisamente superiore del fusto però garantisce che l’asta (se le gomme saranno scelte in maniera oculata) sia accelerata dagli elastici per un tratto di lunghezza decisamente superiore rispetto al caso precedente, tratto che, in certi casi potrà anche essere 2 o 3 volte superiore al corrispondente del caso sopra.

Questo cosa significa? E’ vero che un doppia gomma più corto può avere medesima gittata di un mono gomma più lungo, ma è altrettanto vero che sarà meno istintivo mirare, più scomodo il caricamento e, in certi casi, peggiore il brandeggio. Tutto sommato quindi il classico arbalete mediterraneo con gomma singola, che costituisce un indubbio punto di vanto delle aziende italiane del settore, è probabilmente il migliore attrezzo per la pesca lungo le nostre coste: in pratica costituisce un compromesso di tutte e caratteristiche utili per condurre una piacevole ed istintiva battuta di pesca. Va comunque evidenziato che un 115 o un 120 a gomma singola (o un 119 come nel mio caso), se ben progettato e ben allestito, può tranquillamente stendere le due passate di monofilo dell’impiombatura: ciò significa una distanza della punta dell’asta dalla testata di circa 4,60/4,80 m, più la lunghezza dell’asta (circa 160 cm). In pratica tra testata e bersaglio potranno esserci ben più di 5 m (fino a superare in certi casi i 6,5 m): un tiro assolutamente rispettabile, e credo sufficiente a spiedare qualsiasi abitante del sottocosta, anche se corpulento.

Devo confessare che ho utilizzato con soddisfazione il mio 119, in questo caso con gomme più corte, anche per la pesca nel blu di cui sopra. In queste condizioni, però, disporre di un’asta di diametro generoso e un attrezzo che presenti una potenza “esuberante” può essere la carta vincente. Pescando ai banchi o su qualche secca o relitto, l’incontro con un pelagico, o con altra preda sovradimensionata, è probabile. I queste zone i problemi legati alle ritrosie dei pesci si riducono in maniera drastica: incontreremo infatti pesci che hanno avuto pochi contatti con le persone, che conservano ancora forte la curiosità istintiva che li porta a scrutarci da vicino, ed è anche probabile che se decidono di farlo lo facciano con estrema calma, per osservarci con cura. Quindi il brandeggio retrocede come importanza, nella pesca “estrema”, lasciando il posto alla velocità ed alla potenza del tiro. Infatti se il pescione ci nuota attorno calmo e tranquillo non sarà un problema seguirne i movimenti con la punta dell’asta per mirare.

Gittata e potenza saranno invece requisiti imprescindibili perché, in virtù dell’eccellente visibilità, il pesce ci osserverà efficacemente anche da distanze siderali: sarà necessario impugnare un fucile che ci assicuri di infilzare una preda di notevole spessore che nuota a 5 m dalla punta, un cannone insomma. Relativamente alla velocità del tiro, questa gioca un ruolo minore: la sagoma su cui indirizzeremo l’asta sarà grande e, se effettivamente non riconosce il pescatore come una minaccia, non avrà reazioni fulminee al momento del tiro.

Una riprova di questa considerazione è evidente se si osservano i fucili per “blue water hunting” di costruzione statunitense o australiana: la maggior parte di questi cannoni pluri gomma (5 o più coppie di gomme montate su delle “mensole” che hanno la funzione di vincolarle alla testata ed allinearle all’asta) presenta la cosiddetta “enclosed track”. In pratica l’asta è completamente alloggiata entro una sede longitudinale, che la accoglie quasi totalmente: sporgeranno solamente le pinnette o i perni superiori, in cui impegnare le ogive degli elastici. Scorrendo entro un canale di forma coniugata a quella dell’asta stessa si minimizzano i fenomeni di serpeggiamento iniziale nel moto dell’asta e si guida efficacemente l’asta per eliminare i problemi derivanti da possibili cattivi allineamenti di una o più delle gomme propulsive. Questo convogliamento forzato dell’asta comporta enormi attriti e rallentamenti della stessa. Tra l’altro si parla di aste con diametro anche pari a 10 mm, aste che quindi richiedono energie enormi per essere accelerate fino ad una velocità congrua.

Osservando un video di pesca “oceanica” con questi fucili da big game si nota che l’asta parte con una velocità apprezzabilmente inferiore a quella delle nostre aste su fuciletti mediterranei: la cosa strana è che l’asta del cannone prosegue nella sua corsa praticamente senza rallentare per distanze incredibili. Ciò è possibile proprio perché le prede da insidiare, una volta che sia stato possibile avvicinarle a distanza di tiro (e questo non è certo alla portata di tutti), seguiranno traiettorie più prevedibili rispetto a quelle di un pesce mediterraneo che sta fuggendo nell’immediato sotto costa. Quindi una volta che il pesce è in mira la preoccupazione principale di questo tipo di attrezzi è che l’asta (una trave con 1 cm di diametro) sia in grado di trafiggere un bersaglio coriaceo che si trova a 6/7 m dalla testata. Insomma devono assolvere ad uno scopo diverso rispetto ai nostri fucili lunghi e per questo motivo sfruttano caratteristiche differenti. In ogni caso un denominatore comune tra tutti i fucili per la pesca “estrema” (siano essi oceanici o mediterranei) è la lunghezza.

I cannoni oceanici possono avere lunghezze incredibili (mi chiedo come sia possibile caricarli), ma anche i nostri fucili dovranno essere commisurati all’ambiente di utilizzo. E’ chiaro che se ci sono 30 o 40 m di visibilità è impossibile adottare un fucile che garantisca un tiro prossimo al limite di visibilità (forse con un sommergibile militare avremmo più chances), ma è opportuno adottare la lunghezza massima possibile in funzione delle nostre possibilità. Un pneumatico da 130 cm o un arbalete di pari lunghezza sono assolutamente scomodi e complicati da caricare, ma consentono di effettuare tiri strepitosi.

Fino a pochissimi anni fa gli unici fucili adatti per questi tipi di pesca erano i pneumatici: un serbatoio da 115 o più, preparato con una precarica superiore alle 30 atm (qualche sconsiderato estimatore manteneva il serbatoio del proprio fucile con valori di precarica anche molto più alti) determina un tiro velocissimo, con una gittata spaventosa, specie se si adottano aste da 7 mm. I pescatori di dentici e ricciole hanno spesso anche oggi come migliore alleato un cannone ad aria, questa indiscussa preferenza si nota anche prendendo visione dei cataloghi delle aziende che producono fucili pneumatici: praticamente ogni azienda ha almeno un modello lunghissimo appositamente pensato per questi tipi di pesca.

In particolare io sono sempre stato affascinato, benché non lo abbia mai provato, dall’Asso Seac 135: una volta che si sia riusciti a caricare un simile archibugio credo che le prestazioni siano sufficienti a lasciare sbigottito chiunque. Gli appassionati, inoltre, hanno studiato tantissimi accorgimenti per perfezionare i fucili pneumatici: sono note decine di modifiche strutturali, tantissimi accessori e componenti che possono trasformare un fucile di serie in un mostro capace di trafiggere pesci a distanze siderali. Il limite di questo tipo di modifiche è che richiedono un buon livello di manualità e quindi sono positivamente applicabili solo da pochi esperti: chi non avesse sufficienti capacità “artigianali” non poteva spremere prestazioni speciali dal proprio fucile. Per questo motivo, ed anche in seguito al perfezionamento dei materiali e delle tecniche costruttive dei fucili ad elastico, negli ultimi anni si è affiancata ai blasonati fucili ad aria, anche una folta schiera di arbalete con prestazioni incredibili.

La scelta dei compositi (in primis di quelli a base di fibra carbonio) e del legno, o l’adozione di tecniche per la lavorazione dell’alluminio dei fusti quale l’idroformatura, ha garantito una minore sensibilità dei fucili ad elastico alla sottoposizione a carichi elevati. Quindi quegli tessi fucili che 15 anni fa, quando montavano una coppia più il circolare, erano completamente flessi a causa dell’eccessivo carico, oggi sopportano anche 3 gomme, probabilmente anche più tirate di quelle usate in passato. Una seconda modifica che ha permesso la grande rivincita degli arbalete è dovuta al perfezionamento dei meccanismi di sgancio, che ora sono realizzati con metalli ad elevatissima durezza superficiale ed adottano rinvii idonei a svincolare la durezza del grilletto dal carico cui è sottoposto lo sgancio stesso.

Con i fucili attualmente in commercio è ragionevole affermare che il gap che esisteva tra i lunghi ad aria ed i lunghi arbalete è stato colmato. In pratica la scelta dell’uno o dell’altro è attualmente dettata solo dalle preferenze personali. Per concludere la carrellata eseguita partendo dall’acqua torbida fino ad arrivare alla migliore delle visibilità, credo sia importante tenere in considerazione alcuni concetti comuni. In primo luogo ritengo importantissimo il feeling che si crea con un fucile: l’istintività di tiro che si raggiunge con un’arma particolarmente apprezzata sarà difficile ottenerla (se non dopo un lungo utilizzo) con altra, anche se quest’ultima è ben più blasonata.

Quindi, se ci troviamo bene con un determinato fucile e riteniamo che possa essere nostro fedele compagno nelle future battute di pesca per parecchi anni, credo sia preferibile affiancargli fucili di lunghezza diversa dello stesso modello, se si decide di fare acquisti. Non dico sia necessario avere la serie completa di un determinato modello, ma, se dopo un po’ di tempo che peschiamo con un 90, sentiamo la necessità di un superlungo, tanto vale che questo sia dello stesso modello. Ci siamo già adattati al puntamento ed alla gestione del rinculo con quel modello e quindi la versione più lunga sarà in pochissimo tempo assimilata ed utilizzata al meglio. E’ infatti controproducente avere fucili diversi perché comporta un adattamento ogni volta che si cambia modello per passare da una lunghezza ad un’altra: se durante la fase di adattamento passa il pescione della vita… probabilmente lo sbaglieremo.

In quel caso si innescherà quel tarlo che ha intaccato le menti di tutti i pescatori: “se avessi avuto l’altro fucile l’avrei preso!!!” La cosa che più innervosisce è che spesso è proprio vero, solo che la colpa non è dell’uno o dell’altro fucile, ma è nostra, in quanto necessitiamo di un po’ di tempo per adattarci alle nuove caratteristiche.

 

Michele Rubbini

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