Da un punto di vista prettamente alieutico conoscere, stimare e prevedere la velocità massima a cui può spostarsi una preda è sostanzialmente inutile. Tolto uno sparuto gruppo di potenziali prede, tutte le altre sono in grado di muoversi a “velocità smodata” (citando Balle Spaziali), vanificando qualsiasi nostro approccio che presenti piccoli errori strategici e/o tecnici.
Quindi sapere che la ricciola sparirà dal nostro campo visivo 10 kmh più velocemente di una spigola è una informazione poco consolante, anche per il più curioso dei pescatori.
E' altrettanto vero che le passioni scatenano negli individui il desiderio di apprendere quante più informazioni possibile su tutto ciò che le circonda. Per quanto mi riguarda, devo ammettere di non aver mai provato particolare interesse per informazioni di natura biologica e fisiologica sulle mie prede; una sera, però, osservando un documentario naturalistico su un canale tematico, ho sentito una frase che mi ha colpito e mi ha spinto ad approfondire l'argomento.
Il narratore affermava che i pesci, a causa delle caratteristiche della loro superficie esterna ed a causa della loro forma, non possono cavitare. Da un punto di vista teorico il ragionamento non fa una grinza: tantissimi anni di adattamento ed evoluzione hanno perfezionato gli esseri marini al punto da rendere impossibile un fenomeno fisico che ne pregiudicherebbe il nuoto e potrebbe causare loro dei danni. Ma quanto è affidabile una affermazione del genere? Finito il documentario, immediatamente, mi sono dato da fare cercando di analizzare alcune immagini della mia collezione di video di pesca in apnea. I pesci trafitti, con l'asta che sporge trasversalmente dal loro corpo, lasciano una scia di bolle attribuibile senza alcun dubbio ad una cavitazione. Il mio primo pensiero è stato quello di ipotizzare che l'asta cavitasse, trascinata a grande velocità dal pesce in fuga. In questo caso l'ipotesi del documentarista sarebbe confermata: il pesce in condizioni normali non è in grado di muoversi ad una velocità tale per cui le molecole d'acqua, anziché scivolare sul suo corpo, si trovino in condizioni tali (riduzione localizzata della pressione) da subire una rapida evaporazione diventando vapore (come accade, ad esempio, alle eliche delle imbarcazioni).
Ma nel normale nuoto, è possibile che un pesce sia così perfettamente “progettato” da non poter cavitare? In realtà occorre fare alcune distinzioni. Il fenomeno della cavitazione (come illustrato nel relativo box di questo articolo) dipende, oltre che dalla velocità della superficie immersa rispetto al liquido di immersione, anche dalla pressione del liquido. E' infatti vero che una certa velocità della superficie può essere tale da ridurre localmente la pressione del liquido di immersione (nel nostro caso l'acqua di mare) adiacente ad essa, al punto di permettere la transazione liquido gas (evaporazione) dello stesso, questo quando la pressione del liquido si trova ad un valore basso (ad esempio il valore delle pressione dell'acqua di mare in prossimità della superficie): ma per valori di pressione maggiori (ad esempio quando un pesce nuota in profondità ed è soggetto ad una elevata pressione idrostatica) il fenomeno è assai improbabile. La superficie (il pesce) dovrebbe muoversi ad una velocità elevatissima per portare il liquido adiacente ad essa ad un valore tale di pressione che permetta la transazione di stato (da liquido a vapore). E questa considerazione va sostanzialmente a confermare la tesi del documentario: quantomeno a profondità elevate possiamo escludere che i pesci possano cavitare a causa della velocità a cui si spostano. Non mi ritenevo ancora soddisfatto, mi rimaneva il dubbio circa quello che può (o meno) accadere in prossimità della superficie.
Siccome sono piuttosto cocciuto, ho indagato un po' sull'argomento utilizzando tutti i canali a mia disposizione: internet da una parte ed il mio amico Simone (laureando in biologia) dall'altra. Entrambe le fonti hanno fornito il medesimo responso: il documentario sbagliava!!! Infatti le bolle di cavitazione possono anche formarsi sugli organi propulsivi degli animali acquatici, in particolare le pinne caudali e le carene (per carene si intendono quelle sporgenze laterali presenti lungo il quarto di coda di alcuni pesci, tra i quali si citano per esemplificare il tonno, la palamita e quasi tutti i rostrati). Risulta noto che questo fenomeno si verifica normalmente solo in prossimità della superficie (avvalorando il ragionamento che avevo fatto in precedenza in relazione alle condizioni di pressioni “disponenti” alla cavitazione).
I primi riferimenti bibliografici li ho avuti sui delfini: non sono di fatto pesci e quindi questo mi lascia con il dubbio che al documentario dovesse ancora attribuirsi buona credibilità. In ogni caso i delfini possono essere soggetti a fenomeni di cavitazione sulla loro pinna caudale. Esistono studi che dimostrano che la velocità massima potenzialmente raggiungibile da un delfino è elevatissima, sorprendente. Un delfino non avrebbe nulla da invidiare ad un tonno, in relazione alla velocità del nuoto. Il fatto curioso è che i delfini si limitano consapevolmente per evitare il fenomeno della cavitazione.
Sembrerebbe infatti, da questi studi, che i delfini siano consapevoli del fatto che la creazione di una bolla di cavitazione determina una successiva e conseguente implosione della stessa in prossimità della loro pelle: l'implosione della bolla è dolorosissima ed il delfino, ovviamente, preferisce rinunciare a qualche nodo in più della velocità massima, pur di non essere flagellato dalla continua implosione delle bolle di cavitazione. Per contestare efficacemente il documentario sono dovuto ricorrere ad un altro testo rintracciato che parlava proprio di tonni. E' incontestabile che i tonni siano tra i più veloci nuotatori che solcano i mari: pare che alcune tipologie di tonni possano superare i 70 km/ora. La velocità massima raggiungibile dai tonni è limitata, non dalla loro muscolatura e dalla loro morfologia (non solo da queste, quantomeno), ma proprio dal fenomeno della cavitazione. Muovendo la coda ad una velocità eccessiva (movimenti permessi dalla poderosa muscolatura di questi pesci) si crea una quantità enorme di bolle che rendono inefficace l'azione propulsiva: la coda si muove non più in un liquido, ma in parte in un liquido ed in parte in un gas. Il gas, avendo una densità enormemente inferiore a quella del liquido, non garantisce alla coda di trasformare completamente in avanzamento il suo movimento.
Ciò che è buffo è che la coda dei tonni non è sensibile come quella dei delfini e quindi questi non patiscono dolore in seguito all'implosione delle tante bolle che si formano, semplicemente non riescono a sfruttare le loro potenzialità. Un po' come un auto potentissima con gomme lisce, che sgomma su un fondo scivoloso e non riesce a partire con una accelerazione proporzionale alla sua potenza. Le varie implosioni determinano inoltre delle lesioni sulla superficie della coda, lesioni che, come già detto non saranno avvertite come dolorose dal tonno stesso ma che alcuni studiosi hanno riscontrato su una grande percentuale dei tonni studiati. Sono soddisfatto, ho vinto la mia battaglia con il canale tematico! Ma si sa, quando si comincia a percorrere una strada per caso, accade che si si incuriosisca e si decida di voler scoprire dove si può arrivare percorrendola tutta... In particolare ho scoperto che un tipo di gambero che si chiama (se mi si consente una traduzione piuttosto maccheronica) “gambero pistolero” è in grado di stordire le sue prede grazie ad un movimento delle sue chele così rapido da formare una bolla di cavitazione, la cui implosione genera un'onda d'urto. I pesci che si trovano nel raggio d'azione della chela sono investiti da questa onda d'urto che li tramortisce: il gambero allora non deve fare l'altro che afferrare una preda impossibilitata alla fuga. Volendo invece analizzare la velocità a cui si muovono i pesci, indipendentemente dal fenomeno della cavitazione ritengo molto esaustivo un articolo scientifico apparso sul “Journal of Fish Biology, 2004, n° 65” dal titolo “Fish functional design and swimming performance”, scritto da R. W. Blake (professore del dipartimento di zoologia della British Columbia University). In questo articolo si fa una prima distinzione tra i pesci in funzione del movimento attraverso il quale questi ottengono la propulsione. Esiste infatti un primo gruppo di pesci in grado di avanzare grazie al movimento ondulatorio del corpo, corrispondente ad un movimento alternato della coda.
Atri pesci, diciamo un ipotetico secondo gruppo, invece basano il loro avanzamento sull'azione motrice di altre pinne, quali quelle pettorali o quelle dorsali e ventrali. I pesci del primo gruppo sono i più veloci. E' opportuno distinguere il tipo di nuoto che si analizza e verificarne le caratteristiche, infatti è ovvio che un pesce che sta gironzolando senza metà adotterà un tipo di nuoto poco dispendioso dal punto di vista energetico (quindi più lento e privo di accelerazioni improvvise); un pesce in caccia, o in fuga esprimerà tutte le sue potenzialità in termini di velocità ed accelerazione.
Nel caso di pesci che si spostano senza una ragione impellente, si può assistere ad un nuoto cadenzato secondo periodi costanti: la coda effettuerà movimenti ciclici e ripetitivi per garantire l'avanzamento. Questo è il nuoto tipico delle migrazioni: un pesce che debba percorrere enormi distanze cercherà di minimizzare la dispersione di energia e quindi cercherà di nuotare ad una velocità inferiore a quella massima (una velocità di crociera, come si fa sulle imbarcazioni per lo stesso motivo) mantenendola il più possibile costante. Da studi eseguiti da numerosi ricercatori pare che il tonno dente di cane sia il pesce che si muove alla più alta velocità di crociera; nel nostro Mediterraneo questo primato “forse” spetta alla palamita (anche se pure i tonni ed i pesci spada hanno velocità di crociera del medesimo ordine di grandezza).
In ogni caso si tratta di pesci con una fibra muscolare rosea, a volte anche rossiccia, che garantisce loro la massimizzazione di questo tipo di prestazioni. Assisteremo invece a movimenti repentini, non ciclici ne tanto meno cadenzati secondo un periodo costante, se osserviamo un pesce che attacca la sua preda o la preda che fugge dal pericolo. Questa tipologia di movimento è quella che permette ai pesci di raggiungere le maggiori velocità istantanee e di accelerare in maniera bruciante, come un dragster ai blocchi di partenza (si pensi allo scatto della cernia che cerca di inghiottire la sua preda). Si tratta quindi di capire come sono generate le azioni propulsive. Nel nuoto ondulatorio le onde propulsive si spostano lungo il corpo e/o lungo le pinne, quali la dorsale e la ventrale, in direzione opposta a quella del movimento (il corpo e le pinne si spostano trasversalmente rispetto all'asse longitudinale del pesce che identifica la direzione di avanzamento) a una velocità maggiore di quella alla quale avanza il pesce stesso.
Si può quindi affermare che ogni singola sezione del pesce (analizzandolo longitudinalmente dalla testa alla coda) subisce una traslazione trasversale (rispetto alla direzione di avanzamento) ciclica generando una accelerazione dell'acqua in contatto con essa fornendo quindi propulsione. Siccome ogni singola sezione provoca una accelerazione dell'acqua verso la coda si può riscontrare un moto complessivo del liquido dalla testa alla coda. Per il principio di azione e reazione, una spinta analoga e di verso opposto a quella impressa all'acqua dal pesce sarà impressa sul pesce dall'acqua (o meglio su ogni singola sezione del pesce dalla corrispondente porzione di acqua in contatto): come per una barca a vela che avanza con il vento al traverso la spinta può essere suddivisa in due componenti, una diretta secondo la prefissata direzione di avanzamento ed una trasversale.
Nella barca a vela la spinta trasversale è annullata dalla forma dello scafo, dalla deriva e dal bulbo (dove presente), analogamente, nel pesce è la forma dello stesso ad impedirne (ostacolarne) gli spostamenti trasversali. E' chiaro, senza necessitare spiegazioni che la forma di qualsiasi pesce è tale da presentare la massima idrodinamicità in direzione longitudinale ed una elevata resistenza idrodinamica in tutte le altre direzioni (se si escludono i pesci piatti, quali le razze e le sogliole che potrebbero fendere l'acqua anche trasversalmente alla direzione di moto). In ogni caso, tutte le componenti longitudinali delle reazioni dell'acqua sul pesce ne determineranno la propulsione.
Per identificare meglio le caratteristiche del nuoto dei pesci che possiamo incontrare in mare può essere opportuno ricondursi ad una classificazione delle tipologie di pesci (in funzione della loro forma e del tipo di nuoto) che adottano il movimento ondulatorio in ordine crescente di efficienza idromeccanica (i primi sono i peggiori nuotatori e gli ultimi i migliori) [Fonte “Journal of Fish Biology, 2004, n° 65”].
La prima tipologia riguarda gli anguilliformi (quali anguille, gronchi e simili): in questo gruppo la spinta di avanzamento è attribuibile a movimenti ampi delle varie sezioni del corpo in direzione trasversale, in pratica è come se disegnassero un susseguirsi di “S” con il loro corpo per avanzare, un contributo fondamentale è dato anche dalla pinna dorsale che, come una vela, amplifica la superficie esposta alla reazione del liquido.
L'ampiezza delle onde oscillatorie è crescente spostandosi dalle sezioni prossime alla testa a quelle prossime alla coda, coda che spesso è tronca o, addirittura assente.
Non si tratta di pesci veloci, ne tanto meno capaci di imprimersi elevate accelerazioni.
Alla seconda tipologia appartengono i subcarangiformi (ad esempio, spigola e cefalo, in mare, e trota, in acqua dolce): i movimenti del corpo in questa categoria non differiscono di molto rispetto alla tipologia precedente (anguilliformi) anche se le onde che attraversano il corpo del pesce, nei subcarangiformi subiscono una riduzione di ampiezza dalla testa verso la coda, al contrario di quanto accade egli anguilliformi. Non va inoltre dimenticato che nei subcarangiformi spesso solo la metà posteriore contribuisce al moto, al contrario degli anguilliformi. Sono pesci che possono eseguire scatti fulminei grazie alle grandi accelerazioni che possono generare.
La terza tipologia è quella dei carangiformi (come la ricciola, ovviamente) nei quai le ondulazioni del corpo sono segregate nel terzo posteriore del corpo. La spinta vera e propria è attribuibile in via principale alla pinna caudale e questa è ottenuta grazie ad un peduncolo caudale (porzione che congiunge la pinna al corpo del pesce) particolarmente piccolo e rigido. La maggiore idrodinamicità determina in questa tipologia una forte riduzione nella creazione di vortici: il moto del liquido sulla superficie del pesce è quasi perfettamente laminare e quindi la dispersione d energia è minima. Si può quindi affermare che il rendimento energetico del moto dei carangiformi è superiore rispetto a quella delle precedenti tipologie: anche la velocità massima raggiungibile risulterà generalmente molto maggiore.
Il fatto che il corpo di questa terza tipologia sia più rigido riduce però la propensione alle forti accelerazioni (create con grandi inarcamenti del corpo e successive ed istantanee rettificazioni) ed ai rapidi cambi di direzione: i carangiformi cacceranno principalmente in linea retta, sorprendendo la preda raggiungendola ad elevatissima velocità; di certo non sono adatti per gli inseguimenti nei dedali rocciosi di una franata.
L'ultima tipologia riguarda i tunniformi (a cui appartiene evidentemente il tonno): è indiscutibile che si stia parlando di una perfetta macchina per il nuoto, corpo massiccio e muscoloso, rigide carene longitudinali volte a stabilizzarne l'avanzamento, peduncolo rigido e di minime dimensioni e coda falciforme di grande ampiezza. Questa conformazione fisica ha lo scopo di permettere ai tonni di nuotare per molto tempo a velocità prossime a quella massima senza stancarsi eccessivamente. La spinta è attribuibile praticamente in via esclusiva alla porzione prossima alla pinna caudale. La grande massa del corpo (a monte del peduncolo) e la conformazione del corpo stesso contribuiscono a ridurre le oscillazioni laterali conseguenti ai movimenti ciclici della coda particolarmente potenti ed ampi. Quando il ritmo della “pinneggiata” aumenta si riduce l'ampiezza della stessa e per un osservatore il tonno sembra avanzare senza evidenti azioni propulsive da parte della coda.
Trattandosi di caratteristiche estremizzate rispetto a quelle dei carangiformi, anche nei “difetti” questi estremizzano quelli già segnalati per i carangiformi: hanno bassa capacità di accelerazione da fermi, ridotto rendimento per il nuoto lento e per le manovre in spazi ristretti. E' importante segnalare che questa tipologia di pesci presenta una particolare riduzione del rendimento del nuoto in acque molto turbolente: durante le tempeste, in mare, i tonni nuoteranno in profondità, dove gli effetti del moto ondoso sono trascurabili.
Un criterio interessante attraverso il quale è possibile classificare i pesci è quello definito “Critical Swiming Speed (CSS)”: in pratica si tratta della massima velocità che un pesce può mantenere per un tempo predefinito. Basandosi sulla precedente suddivisione in tipologie, è evidente che i tunnidi presentino una CSS decisamente superiore a quelle delle altre categorie se il periodo di nuoto è prolungato. Per tempi brevi e brevissimi il valore più alto di CSS sarà invece quello dei subcarangiformi (in certi casi anche degli anguilliformi). La caratteristica che interessa di più noi pescatori in apnea è però forse “l'attitudine a schivare l'asta” definita dalla capacità di un pesce di eseguire partenze fulminee e quindi di ottenere accelerazioni brucianti, in biologia questa caratteristica è chiamata “Fast Start Swimming (FSS)”.
I pesci si distinguono generalmente in due categorie in funzione della forma che assumono prima di scattare e sparire non si sa bene dove: quelli che si piegano incurvandosi semplicemente (denominati di tipo “C start” per la forma a “C” assunta dal corpo prima dello scatto) e quelli he si dispongono come la successione di due curve separate da un flesso (denominati di tipo “S start” per la forma ad “S” assunta dal corpo prima dello scatto) Le migliori accelerazioni sono quelle raggiunte dai pesci appartenenti al tipo “C start”: la massima accelerazione misurata in un pesce C è dell'ordine dei 250 m/s2. Quelli di tipo “S start” raggiungono accelerazioni inferiori. Quando ci troveremo quindi al cospetto di una corvina che ci fissa davanti alla sua tana e la osserveremo incurvarsi come una “C” non dovremo stupirci se schiverà l'asta come un esperto torero fa nell'arena con il toro. E' noto come sia consigliabile sparare alla corvina mentre sta nuotando, senza metterla tropo in allarme, proprio perché le sue accelerazioni brucianti sono a prova di fucile subacqueo!!! Il valore di accelerazione dipende dal rapporto tra la massa muscolare del pesce e la massa totale: in pratica più il rapporto si avvicina ad 1 (pesce quasi esclusivamente costituito da muscoli) maggiore è l'accelerazione che il pesce può raggiungere. La trota, ad esempio, è in grado di raggiungere la sua massima velocità in un ventesimo di secondo, producendo una spinta che corrisponde a quattro volte il suo peso: si ritiene per questo motivo che la trota debba essere considerata uno dei pesci che sprigionano la maggiore accelerazione. In merito alle altre tipologie di pesci, quelli che non si avvalgono del movimento ondulatrio per la propulsione (pesci scatola, pesci trombetta...) l'interesse da parte della nostra categoria è decisamente inferiore; va comunque segnalata la scarsa efficienza idromeccanica nel nuoto di questi che utilizzano solo le pinne pettorali o le dorsali e ventrali. Curiosità: il mammifero più veloce in acqua è l'orca (Orcinus Orca) che raggiunge velocità di 55,5 km/h, metre il pesce più veloce è il pesce vela (Istiophorus platypterus), che può raggiungere la sorprendente velocità di 109 km/h. Questo pesce fa parte dei rostrati e presenta corpo allungato e compresso che si assottiglia regolarmente verso la coda. Come i marlin, anche il pesce vela ha la mascella superiore allungata e trasformata in rostro. A differenza della specie appena citata, i pesci vela hanno però una pinna dorsale molto ampia e due volte più alta del pesce il che li rende riconoscibilissimi. Il corpo è di colore blu acciaio con i fianchi e il ventre argenteo. La dorsale è blu cobalto disseminata di piccole macchie nere.
Questo pesce è noto ai lettori della rivista in quanto il colaboratore Riccardo Andreoli detiene il record del mondo per il più grande pesce vela preso pescando in apnea, cattura eseguita durante il suo giro del mondo di pesca. Rileggendo tutto quello che ho scritto devo ammettere che non è poi così vero che sia poco interessante conoscere le caratteristiche fisico meccaniche del nuoto dei pesci: almeno adesso quando sbaglierò una corvina potrò attribuire l'errore ad una caratteristica tipica del tipo “C start”... Nessuna cattura, d'accordo, ma una scusa nuova da raccontare agi amici!!!
Perchè loro si e noi no?
Gli adattamenti dei pesci alla vita nelle acque e al movimento sono determinati dalle caratteristiche del mezzo acquatico. La densità e la viscosità in primo luogo, superiori rispettivamente di 800 e 100 volte rispetto all'aria, che favoriscono il galleggiamento e hanno permesso ai pesci di evolvere strutture interne di sostegno leggere non essendoci la necessità di sostenere il loro peso contro la forza di gravità. Inoltre i pesci sono muniti di vescica natatoria che rende loro neutri rispetto al galleggiamento, consentendogli di mantenere una determinata posizione nella colonna d'acqua senza dover far ricorso ad intensi movimenti attivi e quindi ad un elevato consumo di energia. I pesci presentano un'ampissima varietà di adattamenti al nuoto e tipologie di movimenti che comportano in alcuni casi azioni differenti dal nuoto stesso come effettuare salti, infossarsi nel substrato, volare e planare. La forma del corpo e il tipo di locomozione sono strettamente correlati e dipendenti dal modo di vita di ciascuna specie. Le specie che vivono in prossimità del fondo e in ambienti eterogenei, come le barriere coralline, le coste rocciose o le praterie di fanerogame, hanno spesso forma del corpo appiattita e arrotondata per poter compiere giravolte strette tra le anfrattuosità del fondo. All'altro estremo ci sono le specie strettamente pelagiche che presentano corpo allungato e una serie di adattamenti che favoriscono l'idrodinamismo e il nuoto in acque libere. Ad un altro estremo ancora possono essere poste le specie particolarmente adatte all'accelerazione e quindi a un modo di vita che prevede la caccia all'agguato (es. Luccio, Barracuda) attraverso scatti repentini verso la preda. Queste specie hanno il corpo tipicamente a forma di dardo con le pinne impari spostate posteriormente, in modo da aumentare anche la precisione nella direzione dello spostamento.
COS'E' LA CAVITAZIONE La cavitazione è un fenomeno fisico che si manifesta nei liquidi entro cui, in via principale, si muove un corpo solido: in prossimità delle superfici del corpo solido si verifica la formazione di zone di vapore Queste bolle di vapore si creano a causa di una riduzione di pressione in prossimità del corpo solido in movimento e, appena il valore di pressione a cui si trovano le bolle ritorna superiore ad un valore di soglia, le bolle implodono. All'implosione è associato anche un rumore sordo. Il corpo solido che si muove nel liquido impone l'instaurazione di una gradiente di velocità delle particelle di acqua che lo lambiscono: quelle adiacenti alla superficie del solido saranno trascinate praticamente alla medesima velocità del solido, quelle molto lontane saranno ferme (o si muoveranno alla velocità a cui si muove tutto il liquido, ad esempio in caso di corrente). In mezzo a queste due condizioni limite ci saranno tutte quelle intermedie relative a particelle di fluido che, sebbene trascinate in movimento dal corpo solido, sono più lente dello stesso. Lo strato di liquido in contatto con la superficie del solido quindi sarà quello maggiorente soggetto alla cavitazione: il liquido adiacente è ancora fermo quando il corpo solido avvia il movimento, lo spostamento del solido, mentre il liquido è fermo tende a “dilatare” lo strato di liquido che lo lambisce (trainato su una sua faccia dal solido e fermo sulla sua faccia opposta come il resto del liquido presente).
E' noto che i liquidi, sebbene non abbiano forma propria, hanno un volume fisso.
Quindi non è possibile dilatarli: la riduzione di pressione provocata dal repentino spostamento del solido causerà quindi una transazione del liquido allo stato gassoso. I gas infatti non hanno un volume fisso e possono essere “dilatati a piacimento”. Per chiarire ulteriormente ciò che succede, si può dire che la cavitazione si verifica in seguito ad un fenomeno molto simile a quello che governa l'ebollizione. Nell'ebollizione l'aumento delle temperatura, fino ad un valore tale per cui la pressione necessaria ad innescare il cambiamento di stato liquido/gas, avvia la produzione di bolle di vapore: queste è però non implodono in quanto la temperatura di tutto il liquido in cui si muovono è sostanzialmente la medesima (si pensi ad una pentola di acqua in ebollizione) e quindi la pressione della bolla è analoga a quella del liquido in cui è immersa.
L'implosione delle bolle di cavitazione è invece dovuta al fatto che le condizioni di pressione tali da consentire la transazione di stato (liquido/gas) si verificano solamente in prossimità della superficie del corpo solido in movimento; appena la bolla si allontana dalla superficie del corpo solido, le condizioni che ne hanno determinato la formazione spariscono, e la bolla implode, facendo ritornare il vapore ritornando allo stato liquido.
Nella tecnica si sente parlare di cavitazione nelle pompe idrauliche, chi ha un gommone conosce il fenomeno perché affligge anche le eliche delle imbarcazioni (è normale progettare le eliche scegliendo curvature ideali a minimizzare il fenomeno). Chi ha fatto degli studi di biologia sa che la cavitazione di verifica anche nel sistema linfatico delle piante. L'esempio analizzato finora relativo alla presenza di un corpo solido in movimento nel liquido non è che una delle possibili cause: anche la presenza di corpi estranei nel liquido in movimento può analogamente costituire l'innesco per una cavitazione. La tensione di vapore di un liquido è una proprietà variabile in funzione della temperatura: se l'acqua è calda la tensione di vapore può arrivare ad eguagliare la pressione atmosferica (ebollizione), se è molto fredda alla tensione di vapore corrisponderà una pressione bassissima. Un corpo solido che si muova ad alta velocità in un liquido caldo è più facilmente soggetto alla cavitazione quindi, rispetto ad uno stesso moto eseguito in un liquido freddo.