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  _Gli Articoli di Michele Rubbini  
     
     
 
 

 
   
   

Il Ripopolamento

L’inquinamento determina un lento peggioramento delle condizioni marine, in pratica l’habitat delle specie acquatiche, in qualche modo degenera, i pesci quindi tendono a dove affrontare condizioni più ostili di quelle che i loro predecessori incontravano 100 anni addietro. La grande antropizzazione delle fasce costiere ha determinato una progressiva crescita delle attività umane in mare: lavori di ingegneria, opere sottomarine per il convogliamento di energia e fonti energetiche, circolazione di mezzi nautici e, ovviamente, turismo balneare. Ovviamente queste attività spaventano i pesci e contribuiscono a farli spostare in altre zone, a maggiori profondità, dove l’attività umana e meno percepibile.

Non è possibile escludere dall’elenco la grande pressione esercitata dalla pesca: grandi flotte pescherecce setacciano l’area di mare antistante ad ogni insediamento umano con il preciso scopo di insidiare differenti i rappresentanti di tutti i gradini della catena alimentare. Si pescano i molluschi bivalvi, la minutaglia, i grandi banchi di pesce azzurro, il pesce bianco e così via fino ai grandi predatori pelagici. Il quadro complessivo non è certamente promettente.

   
 

Bene che vada, in poco tempo, l’azione dell’uomo porterà ad una forte riduzione dello stock ittico, con particolare riferimento a quello che vive nella prima fascia costiera. Non è quindi che la nostra attività abbia un futuro particolarmente roseo. E’ indiscutibile che anche i “pescatori subacquei” debbano accollarsi delle colpe: molte mattanze di pesci stanziali, gli abitanti delle tane, si sono protratte per tempi eccessivamente lunghi. In alcune zone d’Italia incontrare una cernia o una corvina è diventato raro. Ho volontariamente citato la definizione “pescatori subacquei” in quanto molte di queste mattanze sono state compiute da veri e propri bracconieri subacquei, che poco o nulla hanno a che spartire con i moderni “pescatori in apnea”: la pesca notturna, la pesca con autorespiratore, il superamento sistematico dei 5 kg di pescato giornaliero e la successiva vendita del pescato, sono le attività per le quali la nostra categoria incontra tuttora un forte ostracismo da parte delle autorità e dell’opinione pubblica.

Tirando le somme, l’attività umana ha determinato un degrado dell’ambiente marino sotto molti punti di vista, degrado che pare sia destinato ad innescare tragiche conclusioni. In questo quadro “catastrofista” bisogna invece riconoscere l’avvio di una serie di attività umane volte a restituire al mare le basi per favorire un lento ritorno alle origini. Le prime iniziative umane a favore dell’ambiente marino sono indubbiamente quelle legate alla depurazione delle acque di scarico. I nostri collettori fognari, ogni giorno, sono attraversati da enormi quantità di residui organici: questi residui durante il processo di decomposizione bruciano ossigeno e liberano nell’acqua grandi quantità di sostanze chimiche. Lo scompenso che determinano è tale per cui gli organismi (animali o vegetali) possono trovarsi in condizioni non più compatibili con la loro proliferazione. Se poi si esaminano le acque d scarto degli impianti industriali si scopre la presenza di scorie ben più pericolose che hanno un vero e proprio effetto tossico nei confronti delle forme di vita marine. La presenza dei depuratori assicura che arrivi in mare solo quello che il mare può accettare senza subire danni: quello che è già stato fatto in passato, in termini di diffusione di sostanze pericolose, forse sarà difficile da recuperare, ma almeno sappiamo che oggi arriva al mare solo quello che si presume non determini un peggioramento dell’habitat. Come detto però, tanti danni erano stati fatti in passato. Splendide calette di sabbia bianchissima hanno perso il loro incanto a causa di lento cambiamento del colore della rena.

Sconfinate praterie di poseidonia oceanica sono letteralmente sparite: strappate dalle reti a strascico, rese inadatte alle nuove condizioni ambientali dovute all’inquinamento o a correnti e ristagni imposti da grandi opere di ingegneria civile. Le autorità attualmente vietano la pratica della pesca a strascico in determinate aree ed a definite distanze dalla costa, questa scelta favorisce indubbiamente una nuova lenta formazione delle praterie danneggiate. Contestualmente la costruzione di nuove opere è sempre più legata ad attività preventive di ricerca biologica e ambientale. I vincoli legislativi impediscono di utilizzare materie prime non conformi a certi standard ed anche le tecniche di posa sono indirizzate ad evitare qualsiasi sconvolgimento dell’habitat sottomarino. Insomma ogni nuovo progetto ha lo scopo di non peggiorare le condizioni dell’ambiente in cui sarà inserito. Questo però è, purtroppo, ancora troppo poco. Sono stati fatti dei grossi errori in passato e, prima che questi errori provochino dei danni irreparabili, è necessario porvi rimedio. I progetti umani di riqualificazione ambientale sottomarina attualmente sono molteplici e partono dal presupposto per cui se si offre al mare una seconda possibilità (e con essa della buone basi di partenza) di colonizzazione biologica di un’area precedentemente impoverita, molto probabile che questa colonizzazione si concretizzi positivamente, in certi casi anche nel breve periodo.

Si pensi alla famosa piattaforma di estrazione di gas chiamata “il Paguro”: negli anni ’60 si iniziarono le prime perforazioni di pozzi per l’estrazione di gas al largo della costa Romagnola. L’AGIP fece costruire alcune piattaforme mobili con lo scopo di avviare le attività di perforazione; nel 1965 durante la trivellazione si verificò un problema legato all’eccessiva pressione del gas nel giacimento e l’impianto non fu in grado di sopportare le sollecitazioni conseguenti. Il progressivo affondamento della piattaforma avvenne in concomitanza ad un incendio devastante ed in questa tragedia persero la vita tre persone.

Ci vollero mesi per fermare completamente la fuoriuscita di gas e riportare l’area in condizioni di sicurezza. Il relitto ora giace sul fondale sabbioso, e nel corso degli anni è stato anche “arricchito” da altri elementi (opportunamente inertizzati): la presenza di questa scogliera artificiale, di questa barriera metallica, ha favorito l’insediamento di decine di specie animali e vegetali. La vita sottomarina è talmente radiante e rigogliosa che il Ministero delle risorse agricole, alimentari e forestali ha emanato il 21 luglio 1995 il Decreto "Istituzione della zona di tutela biologica nell’ambito del compartimento marittimo di Ravenna". In questo caso un evento tragico ha determinato delle condizioni che, sapientemente gestite e controllate dalle autorità, hanno portato ad un arricchimento biologico dell’intera area.

E’ indiscutibile che un “polmone” di questo tipo, in una distesa infinita di sabbia come è l’alto Adriatico, abbia anche favorito la riproduzione di alcune specie e l’insediamento di altre che da anni non si vedevano più: anche i pescatori professionisti hanno probabilmente quindi tratto un vantaggio da questo tipo di gestione. Analogamente in molte zone di Italia si stanno portando avanti molti progetti di ricostruzione di habitat: la deposizione di strutture inerti idonee a costituire un rifugio per specie animali e vegetali, la creazione di barriere di protezione della costa secondo criteri di biocompatibilità e la reintroduzione di specie sparite per varie ragioni. Negli anni sono state sudiate alcune strutture che, pensate originariamente per la difesa delle coste (tripodi, tetrapodi e simili), hanno dimostrato una particolare efficacia in termini di ripopolamento e creazione di habitat.

Disponendo sul fondale una molteplicità di elementi opportunamente sovrapposti è possibile creare delle strutture complesse molto simili ad un ambiente naturale: si creeranno così tane, anfratti e ostacoli per la corrente che predisporranno le condizioni per una rapida aggregazione di specie animali e vegetali. La scelta del materiale è importante, molti studi hanno dimostrato che elementi in materiale cementizio (in particolare calcestruzzo) si adattano in maniera ottimale: il rilascio di sostanze nell’ambiente è minimo, la superficie è idonea all’attecchimento delle forme di vita marine e l’eventuale armatura metallica interna mantiene le proprie funzioni strutturali per lungo tempo in quanto è protetta rispetto al salino dallo strato di rivestimento in calcestruzzo. Rispetto alla deposizione di rocce, l’utilizzo di tripodi e tetrapodi ha l’indubbio vantaggio di non richiedere il prelievo ed il trasporto dalla cava al luogo di installazione: va infatti considerato che spesso queste attività hanno un forte impatto ambientale. I tripodi, invece, possono essere prodotti, entro apposite cassaforme, in prossimità del luogo di installazione della struttura. Sarà solaente necessario rispettare i tempi di maturazione del cemento per garantire la necessaria stabilità dei vari elementi. Le strutture artificiali costituite da elementi in calcestruzzo (ma anche quelle costituite da massi estratti da cave) sono facilmente impiegabili su substrati solidi: il grotto, le scogliere, il ciottolato costituiscono una base ideale per queste installazioni.

Laddove il fondale sia invece sabbioso o, peggio, melmoso queste strutture subiranno un rapido ed inevitabile infossamento: in particolare le strutture di tripodi o tetrapodi (presentando forma puntuta) tenderanno a sprofondare nel fondale in tempi relativamente brevi in quanto il moto ondoso e le correnti accentueranno tale fenomeno. Quando ci si trova di fronte a tali substrati è necessario realizzar una base che scongiuri (o quantomeno rallenti) l’affossamento: la creazione di un filtro è la soluzione più adeguata allo scopo. Il materiale più utilizzato per la realizzazione di questo strato molto ridotto è il tessuto non tessuto, geosintetico in polipropilene, di adeguata grammatura (già con geosintetici da 350 gr/m2 abbiamo buoni risultati in relazione all’effetto di filtrazione) posizionato a contatto con il fondo per creare una protezione ai movimenti dello stesso dovuti alle correnti e al moto ondoso. La difficoltà della posa in opera di materiali come questi, a causa della loro leggerezza, ha portato alla progettazione di sistemi anche molto complessi, come per esempio quello utilizzato nell’ambito del progetto MO.S.E. alle bocche di porto lagunari nella città di Venezia, ove è stato studiato un vero e proprio sistema filtrante (materasso filtrante zavorrato) da posizionare alla base delle scogliere poste a difesa, a monte e a valle, delle note dighe mobili che dovranno essere poste in opera per isolare la laguna dal mare durante gli eventi di alta marea superiori alla quota prestabilita.

Il sistema adottato possiede doti di elevata capacità filtrante, flessibilità, resistenza, durabilità e garantisce la salvaguardia della natura del fondale stesso, facendo da filtro tra scogliera e fondale ed evitando di causare stravolgimenti dell’habitat marino (per approfondimenti è possibile consultare: www.maccaferri.com e www.cpsystems.it – società facenti riferimento al Gruppo Maccaferri di Bologna). Creare queste strutture complesse, geotessuto o, nei casi migliori, materasso più tripodi, comporta costi molto elevati e questo rende complica ulteriormente la creazione di queste aree di ripopolamento. Non va dimenticato che esistono anche strutture tridimensionali in calcestruzzo ((per approfondimenti su questi manufatti è possibile consultare il sito internet di TEKNOREEF) studiate e progettate per la creazione di habitat sottomarini artificiali: purtroppo anche queste strutture pagano lo scotto dell’affossamento e quindi necessitano di grandi finanziamenti per l’installazione in aree sabbiose e melmose.

Non si può escludere però che strutture direttamente pensate per questo scopo possano essere realizzate con basi planari estese e strutture superiori articolate, idonee a creare tane e passaggi. Visto il facile attecchimento delle forme di vita sottomarine alle superfici cementizie, si è notato che anche manufatti progettati con l’unico scopo di smorzare le onde possono di fatto divenire un ottimo habitat artificiale: si conoscono strutture modulari con elementi che si stagliano dal fondale contribuiscono a “rompere” il moto ondoso smorzandone gli effetti. Gli spazi tra lamine contigue e le forme di vita che attecchiscono sul cemento creano i presupposti per una rapida colonizzazione. Quello che principalmente diversifica le opere civili/edili in fase di attuazione in questi ultimi anni da quelle che sono state realizzate nel passato è principalmente una maggiore coscienza ambientale ed un notevole incremento delle attività preventive di studio volte alla tutela del patrimonio floro-faunistico. Il posizionamento di semplici barriere è sempre preceduto da un approfondito studio della zona, delle correnti prevalenti e del loro influsso sulla costa e sul fondale (e con esso le forme di vita che lo abitano). Esiste la possibilità di creare veri e propri modelli matematici che descrivono il comportamento della sabbia (o di altri parametri) al fine di determinarne le aree di deposizione e sedimentazione in funzione delle dimensioni, delle caratteristiche e dell’orientamento della barriera.

Questi test preventivi eseguito attraverso elaboratori e software dedicati, consentono di realizzare proiezioni a medio e lungo termine sugli effetti della nuova. In pratica, non si dovrebbe più rischiare che una massicciata, disposta un una particolare zona di un golfo e necessaria per la protezione dell’arenile dall’erosione, determini un progressivo impoverimento della popolazione ittica della zona, a tutto vantaggio del turismo e della pesca (sia quella dilettantistica che quella professionale). E’ solo necessario augurarsi che il senso civico che spinge le purità a seguire queste linee guida a tutela dell’ambiente sia presto condiviso anche dalla popolazione, in modo che si smetta di vedere il mare come una risorsa inesauribile: è infatti indiscutibile che questa visione si sia dimostrata errata e che abbia portato danni gravi.

Fortunatamente sembra che esista comunque la possibilità di rimediare ad alcuni di questi danni causati dalla carenza di regolamentazione negli anni passati di inquinamento, costruzione ed azione della pesca professionale. Un progetto estremamente ambizioso e di grande complessità è attualmente in fase di esecuzione grazie alla collaborazione tra l’Associazione Italiana per l’Ingegneria Naturalistica, il dipartimento di Biologia dell’Università di Pisa, l’ ISSD (International School for Scientific Diving), il dipartimento di Ecologia dell’Università della Calabria e l’azienda Coastal Protection Systems del Gruppo Maccaferri di Bologna. Tale progetto prevede il reinserimento di colonie di Poseidonia Oceanica in aree in cui la stessa è attualmente sparita ma era presente in passato.

La Poseidonia ha un ruolo fondamentale nell’ambiente marino, specie in una mare “chiuso” come il Mediterraneo: non va dimenticato che assolve alla produzione (rilascio in mare) di ossigeno, che costituisce l’ambiente ideale di vita per i primi stadi infantili di un vastissimo gruppo di esseri viventi marini e che le “radici” contribuiscono ad una coesione strutturale del fondale, anche laddove questo sia di tipo sabbioso o fangoso. Alcune funzioni della poseidonia sono importanti anche per la morfologia delle terre emerse: è dimostrato che nelle aree ricche di praterie di poseidonia, l’erosione costiera sia fortemente mitigata, lo smorzamento del moto ondoso e delle correnti provocato dalle foglie e l’accumulo delle foglie morte sulla costa (a costituire una sorta di cuscinetto protettivo ammortizzate) contribuiscono a mantenere intatta la morfologia costiera.

Purtroppo la poseidonia oceanica è una pianta particolarmente sensibile all’inquinamento ed alla pressione umana (si pensi agi effetti di uno strascico praticato su una prateria): il progressivo diradamento è una indicazione chiara di una evidente riduzione della qualità dell’ambiente marino in quella particolare zona. Non si deve dimenticare che la poseidonia è una pianta a tutti gli effetti e quindi esegue la fotosintesi clorofilliana: acque progressivamente sempre più torbide, a causa di varie forme di inquinamento, ostacolano questo processo (a determinate profondità non giunge una luce sufficiente all’esecuzione della fotosintesi) e rendono sterile un ambiente potenzialmente idoneo alla proliferazione della poseidonia. Il reimpianto di poseidonia deve necessariamente essere preceduto da una sorta di bonifica della zona, alo scopo di ripristinare le condizioni ambientali necessarie al suo sviluppo. I semi necessari sono reperibili sulle coste in cui le praterie sono ancora rigogliose: sarà solamente necessario verificare prima la rispondenza della particolare specie presente in quella zona con la specie autoctona presente in passato nell’area in cui effettuare il reimpianto.

Una coltivazione in laboratorio permette la “germogliazione“ dei semi al fine di immettere nel ambiente marino delle piante già parzialmente formate: questo dovrebbe favorirne l’attecchimento. L’analisi di laboratorio consente anche di conoscere l’accrescimento della pianta in modo da creare impianti coerenti, evitando un eccessivo affollamento in fasi successive della crescita. Il problema è che la posa dei nuovi impianti deve generalmente essere effettuata su fondale sabbioso o ghiaioso: ciò complica notevolmente l’attività, perché la piantina, in balia delle correnti e provvista di un apparato “radicale” poco saldo nel terreno, sarà facilmente strappata dal fondale. Una soluzione realizzativa di impianto particolarmente efficace prevede l’ancoraggio dei nuovi impianti su opportuni materassi e geostuoie a loro volta vincolati al fondale per mezzo di pali e picchetti o con l’ausilio di reti metalliche. In questo progetto si deve comunque evidenziare la grande sensibilità ambientale: i risultati positivi di alcuni reimpianti avrebbero indotto alla reintroduzione forzata e selvaggia, i tecnici e gli studiosi che operano sul progetto invece hanno scelto di operare solo dove le condizioni ambientali fossero certamente disponenti alla proliferazione della poseidonia.

All’isola d’Elba, l’equipe del Prof. Francesco Cinelli (Università di Pisa), l’Ing. Federico Boccaloro (AIPIN) e l’Ing. Matteo Zanella (Gruppo Maccaferri), hanno avviato, una sperimentazione finalizzata a testare nuove tecniche di rivegetazione (con metodologie di ingegneria naturalistica) applicate alle praterie di poseidonia oceanica degradate. La sperimentazione è stata condotta in località Cavo nel Comune di Rio Marina (Isola d’Elba) e in particolare sulle praterie di Baia di Cavo. Le metodologie di sperimentazione hanno previsto l’espianto di talee ortotrope e talee plagiotrope provenienti da praterie della baia di Cavo, il trasporto delle talee nel sito di riferimento individuato e il successivo trapianto. Sono stati sperimentati diversi sistemi di ancoraggio e di rivestimenti antierosivi al fondo per le talee, allo scopo di favorirne la crescita vegetativa nella fase critica del periodo post-germinativo delle specie ed al fine di testare l’efficacia delle tecniche applicate. La durata delle operazioni è stata di circa 3 giorni.

Le varie piante reinserite sono ancorate al suolo con differenti metodologie al fine di identificare quella maggiormente efficace per il rapido attecchimento. Le possibili soluzioni applicative per la creazione di un substrato di facile attecchimento sono le seguenti: un rivestimento vegetativo in rete metallica a doppia torsione e geostuoia tridimensionale o un materasso in rete metallica rinverdito posato sul fondale. In ogni caso entrambe le soluzioni sono compatibili con l’ambiente ed inerti rispetto allo stesso, non determineranno quindi effetti negativi sull’ambiente stesso nemmeno nel medio e nel lungo periodo.

La sperimentazione è iniziata nel mese di settembre dell’anno 2006 ed è durata per circa un anno: è chiaro che saranno eseguite verifiche periodiche (ad esempio con cadenza stagionale) per effettuare il monitoraggio del reimpianto. La verifica della riuscita del trapianto dovrà essere eseguita secondo uno specifico schema di monitoraggio per il controllo della stabilità e della compatibilità della poseidonia con la struttura di alloggio prescelta in quello specifico caso, questo anche per raffrontare i risultati ottenuti dalle varie strutture al fine di comprendere quale sia quella realmente più adatta. Per le informazioni tecniche relative a questo interessante progetto di ringrazia l'Ing. Valeria Mainieri del Gruppo Maccaferri.

Consola molto, a mio avviso, prendere coscienza di tutte queste attività volte alla protezione del mare e dei suoi abitanti, specie in luce delle tante avvisaglie di un progressivo impoverimento ittico. In un sogno ipotetico, sarebbe bello pensare che possano esserci dedicate alcune di queste aree per coltivare a nostra passione: così come una riserva di caccia gestita dalla regione e dal Corpo Forestale dello Stato, potrebbero essere istituite delle riserve di pesca in cui chiunque, munito di un apposito permesso, possa pescare. Ovviamente la regolamentazione dell’attività di pesca la renderebbe un po’ meno romantica, ma, in luce dell’attuale situazione nelle AMP e della cattiva luce in cui la nostra categoria è stata messa negli anni sarebbe comunque uno spiraglio di luce.

Michele Rubbini - Bologna
tecno@bluworld.com